Il sanguinoso hegelismo di Herr Weidmann

(Post con malcelate velleità filosofiche ed antropologiche, perdonate l’ardire)

Sul Financial Times è apparso un editoriale del presidente della Bundesbank nonché membro del governing council della Bce, Jens Weidmann, in cui si suggerisce un modo definitivo per recidere il perverso legame banco-sovrano. Il suggerimento è impeccabile, a livello astratto. Ha il piccolo difetto di essere assai difficilmente implementabile, in questo universo spazio-temporale.

In sintesi, Weidmann propone di trattare il credito che le banche erogano ai propri stati attraverso l’acquisto di debito sovrano, come fossero i “grandi fidi” concessi alla clientela privata. Mentre le esposizioni bancarie verso singoli debitori sono in linea di massima limitate ad un quarto del valore dei mezzi propri della banca, argomenta Weidmann, quelle verso i sovrani sono di fatto illimitate, per effetto di un trattamento regolatorio preferenziale che produce incentivi ad investire nel debito sovrano del proprio paese, il cosiddetto home bias. Weidmann cita degli studi, incluso uno della stessa Bundesbank, che segnalano che le banche più grandi, meno capitalizzate e/o quelle con maggiore propensione a finanziarsi sull’interbancario hanno la tendenza ad investire molto nei titoli di stato del proprio paese. I titoli di stato possono poi essere finanziati a tassi stracciati in contropartita della Bce, e ciò crea una opportunità di carry trade.

Ma questa dinamica, secondo Weidmann, alimenta un doppio livello di azzardo morale: da parte delle banche, che si disinteressano (sinora, almeno) delle conseguenze di un dissesto del proprio sovrano, e da parte del sovrano stesso, che avrebbe minore incentivo alla disciplina fiscale. Per risolvere il problema, secondo Weidmann, occorre cessare il trattamento regolatorio preferenziale dei titoli di stato, imponendo alle banche che li detengono dei limiti quantitativi analoghi a quelli che valgono per i grandi fidi ai privati, ed imponendo quindi dei requisiti di capitale aggiuntivo per il possesso di titoli di stato. Perché l’era della “ponderazione zero” sui titoli di stato, argomenta Weidmann, è finita.

E’ certamente vero che è finita, ma proviamo a guardare gli effetti pratici dell’adozione di una simile misura, che peraltro condivideremmo astrattamente. Intanto, Weidmann dice candidamente che l’aggravio medio di capitale per l’intero sistema delle banche europee sarebbe trascurabile. E’ nell’aggettivo “medio”, il problema. Ovviamente esistono paesi (uno a caso, il nostro) in cui l’adozione di requisiti di capitale aggiuntivo per il possesso di titoli di stato aumenterebbe in modo drammatico il già elevato costo del funding delle banche, inasprendo il credit crunch. E’ vero che Weidmann suggerisce ed auspica un periodo di transizione convenientemente lungo, ma la transizione sarebbe comunque molto pesante, e rischierebbe di spingere il nostro sistema bancario in dissesto, accelerando quello del sovrano.

C’è poi un passaggio dell’argomento di Weidmann che è rivelatore del suo pensiero:

«Nessun partecipante di mercato giudicherebbe un titolo di stato francese come altrettanto rischioso di uno greco: la rischiosità di ciascuno è riflessa nei loro prezzi. Gli investitori ritengono che i sovrani differiscano in termini di rischiosità. Quindi non si dovrebbe essere sorpresi qualora il trattamento regolatorio accomodasse questo fatto»

E’ verissimo che, oggi, il mercato non considera più equivalenti le rischiosità dei singoli debiti sovrani, come invece accadeva prima della crisi. Ma, ancora una volta, se un sistema creditizio, a causa dell’imposizione di ulteriori requisiti di capitale, finisse in dissesto e vi mandasse anche il proprio sovrano, ad esempio nel caso le banche decidessero di scaricare i titoli di stato in eccesso e non vi fossero altri acquirenti immediatamente disponibili che accadrebbe? Che salterebbero banche e sovrano. A meno di avere una transizione davvero lunghissima, forse.

Ma nel mondo hegeliano di Herr Weidmann questi sono dettagli e soprattutto sono manifestazioni di debolezza, come pare suggerire la citazione dei “tempi non maturi”, che lo sarebbero sempre, per umana inclinazione. L’effetto virtuoso di questa misura, secondo Weidmann, sarebbe quello di spezzare il pericoloso legame banco-sovrano e, per questa via, forzare la disciplina fiscale dei paesi coinvolti, riducendone il costo del debito, oltre a porre la vera base per una unione bancaria europea funzionante. Solo che, ribadiamolo, ciò che accadrebbe nel mezzo, sarebbe una e una sola cosa: l’operazione è perfettamente riuscita, il paziente è morto.

Questa di Weidmann potrà essere solo una provocazione intellettuale, ma bisognerebbe forse cogliere in essa uno schema di pensiero che risulta assolutamente refrattario a crearsi problemi per i processi di transizione, e a considerare la sofferenza come parte necessaria ed ineliminabile dell’azione umana. Nel caso specifico, peraltro, ciò si raccorderebbe anche con l’espiazione della pena per la dissipatezza fiscale. Riflessioni molto tedesche, in fondo.

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