Doktor Stranamoren

«Si, certo, i mercati si sono calmati [con le iniezioni di liquidità della Bce, ndPh.]. Ma dovremmo calmare i mercati? Io non sono di questa opinione. Una certa agitazione dei mercati è appropriata, riguardo i paesi eccessivamente indebitati»

Questa è solo l’ultima di  una lunga serie di esternazioni di Hans-Werner Sinn, il superfalco economista che guida l’istituto per lo studio della congiuntura Ifo. E si tratta di una valutazione che la dice lunga sull’aggressività degli ideologi tedeschi dell’austerità.

L’altro ultra-falco è Jens Weidmann, l’uomo della Buba in seno alla Bce, che giorni addietro ha dichiarato:

«La Bce può vedere favorevolmente più elevati costi di indebitamento come un modo per forzare i governi a non tornare indietro. Alti tassi d’interesse sono anche uno stimolo per le riforme»

Quanto affermato da Sinn e Weidmann sarebbe vero se non ci trovassimo in un contesto di deflusso di capitali esteri dalla periferia (e non solo) dell’Eurozona, a causa del sistematico fallimento delle misure di austerità, che causano solo nuovi buchi di bilancio. Sarebbe vero se non ci trovassimo in un contesto di deflazione di debito e crisi finanziaria; sarebbe vero se non ci trovassimo in un contesto di stretta fiscale pari a cinque punti di Pil in due anni. Sarebbe vero se avessimo un paese fiscalmente vizioso in mezzo ad altri virtuosi o semplicemente equilibrati. Invece, trovandoci dove ci troviamo, l’austerità affonda i bilanci degli stati causando nuovi buchi che devono essere colmati con altri tagli. Dopo aver visto questo andazzo, i capitali globali stanno lasciando ampie parti dell’Eurozona, facendo salire i rendimenti anche in paesi che stanno attuando diligentemente la stretta fiscale.

Perché quando il costo del debito eccede la crescita del Pil, il rapporto di indebitamento si autoalimenta. Ma ecco un’altra ricorrente tesi tedesca, per bocca di Sinn: abbiamo già avuto periodi di alti tassi d’interesse, negli anni Ottanta e Novanta, e non è morto nessuno. Forse Sinn dimentica che, in quel periodo, rendimenti nominali alti fronteggiavano alti tassi di crescita nominale del Pil, con l’eccezione del periodo, a inizio anni Ottanta, in cui Paul Volcker stroncò l’inflazione con tassi reali positivi e crescenti. In quel periodo, quasi tutti i paesi sviluppati sperimentarono un aumento del rapporto d’indebitamento, proprio per l’operare della regola del debito e del Pil.

Domandina per Sinn e Weidmann: che accade quando un paese perde l’accesso al mercato perché gli investitori globali semplicemente se ne vanno, spaventati da un’area che promette default? Semplice: che la profezia si autoavvera ed il paese fallisce, dichiara default. Possiamo accettare una simile evenienza, ma occorre dirlo forte e chiaro. Vuole il governo tedesco che ci siano fallimenti sovrani in Eurozona? Se sì, perché distruggere ieri la Grecia, oggi il Portogallo e domani Italia e Spagna per rinviare il più possibile il momento del default? L’importante è la chiarezza, in fondo.

Sempre riguardo il default, secondo Sinn le riforme

«Devono condurre ad una svalutazione reale attraverso una riduzione dei prezzi»

Corretto. Ma che accade quando un paese ad alto rapporto d’indebitamento affronta una deflazione? Semplice: che quel paese, le sue imprese ed i suoi cittadini hanno un’altissima probabilità di fare default. Ancora una volta, basta dirlo. Se Sinn, Weidmann ed altri sono non tedeschi ma Austriaci (nel senso di scuola economica), cioè se sposano una tesi liquidazionista come quella della Fed negli anni Trenta del secolo scorso (quella del “purge the rot“), e se il governo tedesco è d’accordo con loro, occorre renderlo esplicito. Perché le ipocrisie non servono a nessuno, anzi sono nocive.

E peraltro, il governo tedesco deve/dovrebbe sapere che lo status quo non è sostenibile. Perché la situazione attuale ci può portare solo a due esiti, mutualmente escludentisi. Lo “scenario Sinn”, fatto di deflazione e default, oppure lo scenario “Eurobond” fatto di mutualizzazione del debito attraverso una riforma della Ue che porti all’unione politica. Semplicemente, la condizione attuale non è sostenibile indefinitamente. Presto il governo tedesco dovrà scegliere. A meno di prendere atto che l’austerità è obiettivo di medio termine mentre la crescita lo è di breve termine, e quindi allungare il sentiero temporale che porta al pareggio di bilancio. Ma con dichiarazioni di questo tenore, ci sentiremmo di escludere quest’ultima eventualità.