Chiunque vinca le elezioni statunitensi (e lo sapremo tra poche ore, brogli e imbrogli permettendo), si troverà a gestire un paese con una enorme inerzia negativa: due guerre in corso, la peggior crisi economica da ottant’anni. Nessuno ha la bacchetta magica, ed alcune aspettative palesemente sovradimensionate (o più propriamente messianiche, in caso di vittoria di Obama), rischiano di essere amaramente frustrate. C’è quindi motivo per ritenere che i gradi di libertà disponibili nel breve termine al vincitore saranno piuttosto esigui.

La registered independent Anne Applebaum spiega perché non può votare per un uomo che da sempre ammira molto, John McCain:

The appointment of Palin — inspired by his closest colleagues — turned out not to be a “maverick” move but, rather, a concession to those Republicans who think foreign policy can be conducted using a series of cliches and those in his party who shout down the federal government while quietly raking in federal subsidies. Although McCain has one of the best records for bipartisanship in the Senate, he’s let his campaign appeal to his party’s extremes.

Sul New York Times, David Brooks argomenta che John McCain rischia di perdere la corsa alla Casa Bianca per non essere riuscito a smuovere il GOP dalle trincee di un conservatorismo angusto e inadeguato all’epoca che stiamo vivendo, ed alle sue sfide. Brooks parla di una terza corrente politica nel bipartitismo americano, quella dei “conservatori progressisti”, che risalirebbe ad Alexander Hamilton e sarebbe maturata con Abraham Lincoln ed i Repubblicani della Guerra Civile, che crearono il Land Grant College Act e lo Homestead Act. Una corrente di pensiero che propugna un limitato ma vigoroso intervento governativo per promuovere la mobilità sociale, ponendosi come intermedia tra il liberalismo ortodosso ed il conservatorismo da libero mercato.

Cresce il numero di sondaggi che evidenziano come Sarah Palin stia dimostrandosi un fattore sempre più negativo sulla campagna di John McCain. Secondo un sondaggio di Pew Research Center, compiuto tra il 16 ed il 19 ottobre a mezzo di intervista telefonica su cellulari e linee fisse, il 49 per cento degli elettori del campione ha un’opinione sfavorevole del governatore dell’Alaska, contro il 44 per cento di favorevoli. A metà settembre, i favorevoli alla Palin sopravanzavano i contrari per 54 a 32. Le donne, soprattutto quelle di età inferiore a 50 anni, esprimono un giudizio sempre più critico sulla Palin: dal 36 per cento di settembre al 60 per cento odierno. Di rilievo, il fatto che le opinioni sulla Palin hanno un maggiore impatto sulle intenzioni di voto rispetto a quelle su Joe Biden. Questo campione esprime un numero piuttosto elevato (il 23 per cento) di swing voters, circostanza che contribuisce a mantenere un’incertezza relativamente alta sull’esito finale.