(Post tecnico-divulgativo su un tema di confine fiscale-finanziario. Se siete personcine più alla buona, potete sempre ripiegare sulle ultime dichiarazioni di Brunetta sul valore salvifico della cancellazione dell’Imu prima casa)

Nei giorni scorsi Apple ha emesso i suoi primi corporate bond, per un totale di 17 miliardi di dollari ripartiti su sei emissioni, due a tasso variabile e quattro a tasso fisso. L’emissione fa parte di una strategia di restituzione agli azionisti, entro la fine del 2015, di cento miliardi di dollari della mostruosa liquidità accumulata dalla società di Cupertino. In particolare, è prevista entro il 2015 l’effettuazione di riacquisti di azioni proprie per 55 miliardi di dollari, mentre il resto dell’operazione di restituzione avverrà a mezzo di special dividend. Apple è stata di fatto costretta ad agire in questa direzione per le pressioni di alcuni hedge fund che ritengono che una strategia di semplice ritenzione della liquidità in eccesso porti alla distruzione di valore per gli azionisti. La domanda dei non addetti ai lavori sorge quindi spontanea: perché emettere debito se la società è così mostruosamente liquida e continua a produrre un free cash flow (tra 40 e 45 miliardi di dollari annui) che farebbe invidia a molti stati sovrani? La risposta sta in due parole: tax planning.