Nell’ottavo anniversario dell’assassinio (ancora più vigliacco dei pur abitualmente elevati standard dei terroristi rossi) di Marco Biagi, Pietro Ichino ricorda sul Corriere che ne è stato della elaborazione teorica del giuslavorista bolognese, caduta vittima (l’ennesima) di una sterile battaglia ideologica tra le due tribù italiane. Urlare su tutto per non cambiare nulla.

L’ultima increspatura nello stagno della politica italiana è stata prodotta dall’inserimento, nel disegno di legge collegato sul lavoro, della norma che prevede la possibilità di ricorrere all’arbitro anziché al giudice, nella risoluzione di alcune controversie. Norma che è stata immediatamente letta, da Cgil e sinistra, come il tentativo di scardinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Sul caso è stato poi anche strattonato il capo dello stato, chiamato in causa da Repubblica, che gli avrebbe attribuito l’intenzione di rinviare la legge alle camere.

Pietro Ichino, con una lettera al Corriere, risponde a quanti hanno espresso delusione per la sua dichiarata indisponibilità ad accettare l’offerta di Berlusconi a diventare ministro del Lavoro nel prossimo esecutivo. Lo fa con argomentazioni “istituzionali” ineccepibili, quali l’assenza di ambiti condivisi tra futura maggioranza e futura opposizione nella statuizione delle regole del gioco, prima ancora che di specifici provvedimenti di riforme strutturali, come quelli sul mercato del lavoro. Certo, la mancanza di un accordo bipartisan sulla nomina del successore di Franco Frattini a commissario europeo è tema importante, così come lo è la riapertura di un tavolo di lavoro comune sulla riforma della legge elettorale. Ma il dissenso sui principi di riforma del mercato del lavoro sarebbe impedimento realmente insuperabile.