Dopo i dati di ieri dell’Osservatorio Inps sulla precarietà, che hanno mostrato un andamento non brillantissimo del contratto a tempo indeterminato, per usare un understatement, torna l’antica disputa metodologica: “meglio” i dati Inps, che registrano in modo puntuale attivazioni e cessazioni di contratti di lavoro, oppure le indagini campionarie Istat? La risposta è banale: dipende. Da cosa state cercando di giustificare.

Dopo la presa di posizione di Matteo Renzi contro la proposta Boeri di intervento sulle pensioni retributive eccedenti i 3.500 euro per contribuire a finanziare un sussidio minimo vitale per i disoccupati poveri over 55, ecco giungere anche Pietro Ichino, antico alfiere del rigore pensionistico contro i “retributivi”. Era puro e duro, Ichino: soprattutto lo era durante la fase più pesante della crisi. Ora ha sposato appieno il claim renziano della fiducia, come si diceva un tempo per i formaggi Galbani. Lecito, per carità: solo i cretini non cambiano mai idea; l’Italia è patria di soggetti con un quoziente intellettivo stratosferico che letteralmente esplode, quando i medesimi vanno al governo o raggiungono qualsivoglia stanza o stanzetta dei bottoni e bottoncini.

Vi segnaliamo una surreale querelle sul Corriere tra Francesco Giavazzi, che ieri ha scoperto che il Job Act mantiene la segmentazione del mercato italiano del lavoro tra insider ed outsider, e Pietro Ichino che oggi gli replica, difendendo l’astuta strategia del governo. Ma lo fa con argomenti quantomeno surreali, confermando di essere pronto a passare armi e bagagli con il psichedelico esercito di Renzi.

In una intervista concessa a David Allegranti per il Corriere Fiorentino, Pietro Ichino parla della correzione necessaria al sistema pensionistico. La filosofia di tale perequazione, spiega Ichino, è quella di riallineare le prestazioni pensionistiche alla effettiva contribuzione del lavoratore. E sin qui, il principio è del tutto condivisibile. Il problema è quantificare queste risorse, e destinarle. E qui arrivano i problemi.

Nel primo giorno di quotazione in borsa della Fiat “una e bina”, con la SpA dell’auto e Fiat Industrial, che aggrega i veicoli industriali Iveco ed i trattori di Case New Holland, e mentre Sergio Marchionne manda a stendere quanti (primo fra tutti il Partito democratico ed il suo responsabile economico, Stefano Fassina) chiedono di conoscere tempistica e modalità del famoso investimento da 20 miliardi per “Fabbrica Italia”, prosegue il dibattito sulla “svolta” di Corso Marconi nelle relazioni industriali.

Nell’ottavo anniversario dell’assassinio (ancora più vigliacco dei pur abitualmente elevati standard dei terroristi rossi) di Marco Biagi, Pietro Ichino ricorda sul Corriere che ne è stato della elaborazione teorica del giuslavorista bolognese, caduta vittima (l’ennesima) di una sterile battaglia ideologica tra le due tribù italiane. Urlare su tutto per non cambiare nulla.

L’ultima increspatura nello stagno della politica italiana è stata prodotta dall’inserimento, nel disegno di legge collegato sul lavoro, della norma che prevede la possibilità di ricorrere all’arbitro anziché al giudice, nella risoluzione di alcune controversie. Norma che è stata immediatamente letta, da Cgil e sinistra, come il tentativo di scardinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Sul caso è stato poi anche strattonato il capo dello stato, chiamato in causa da Repubblica, che gli avrebbe attribuito l’intenzione di rinviare la legge alle camere.