Il Metodo Ichino meglio del Metodo Sarkozy

Pietro Ichino, con una lettera al Corriere, risponde a quanti hanno espresso delusione per la sua dichiarata indisponibilità ad accettare l’offerta di Berlusconi a diventare ministro del Lavoro nel prossimo esecutivo. Lo fa con argomentazioni “istituzionali” ineccepibili, quali l’assenza di ambiti condivisi tra futura maggioranza e futura opposizione nella statuizione delle regole del gioco, prima ancora che di specifici provvedimenti di riforme strutturali, come quelli sul mercato del lavoro. Certo, la mancanza di un accordo bipartisan sulla nomina del successore di Franco Frattini a commissario europeo è tema importante, così come lo è la riapertura di un tavolo di lavoro comune sulla riforma della legge elettorale. Ma il dissenso sui principi di riforma del mercato del lavoro sarebbe impedimento realmente insuperabile.

Ichino individua correttamente tali “differenze” tra la sua visione e quella della neo-maggioranza: la stolida difesa della “italianità” di Alitalia e, soprattutto, la differente visione sul mercato del lavoro femminile, con un centrodestra che sembra perseguire misure assai poco funzionali ad aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro: misure improntate ad un (più o meno involontario) tradizionalismo di genere che, contrariamente agli enunciati di Berlusconi, rischia di tenere le donne a casa e di non consentire loro di entrare nel mercato del lavoro e potervi restare, anche da madri.

Per questi motivi, la cui rilevanza non è certo inferiore alla ormai abituale tensione tra i due schieramenti (che produce accordo scarso o nullo sulla condivisione delle regole minimali del gioco), Ichino non ritiene di dovere e potere entrare nel governo Berlusconi. Fin qui, nulla di male. Peraltro, Ichino dovrà anche sperimentare il grado di condivisione della sua visione riformatrice anche e soprattutto all’interno del suo stesso schieramento. In questa legislatura, per evidenti motivi, ciò non sarà realmente possibile ed il contributo del giuslavorista resterà confinato al più confortevole ambito della elaborazione teorica.

Ma le obiezioni di merito e metodo di Ichino, oltre a rimettere nel cassetto le ipotesi di “metodo Sarkozy” che molti sedicenti maîtres-a-penser di casa nostra invitano provincialmente a seguire (metodo che ha finora prodotto solo le banalità del “rapporto Attali” e l’ascesa al governo di un battitore libero come Bernard Kouchner), mettono a nudo anche le contraddizioni di un programma del PdL che riflette la perdita di carica innovatrice del primo Berlusconi, quello del 1994, e il suo cedimento (consapevole e deliberato?) alle istanze protezionistico-tradizionalistiche di Tremonti ed An.

Per essere chiari: un programma di governo basato sulla triade dio-patria-famiglia è del tutto rispettabile, ci mancherebbe. Ma lo diventa assai meno se si arriva a scoprire che tale triade rappresenta solo il paravento ideologico per giustificare l’immobilismo e l’incapacità a cambiare il paese, adeguandolo ai grandi cambiamenti globali, senza improbabili e disastrose fughe all’indietro e senza rimpianti per ancor più improbabili “bei tempi andati”.

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