Dove stanno i riformisti

L’ultima increspatura nello stagno della politica italiana è stata prodotta dall’inserimento, nel disegno di legge collegato sul lavoro, della norma che prevede la possibilità di ricorrere all’arbitro anziché al giudice, nella risoluzione di alcune controversie. Norma che è stata immediatamente letta, da Cgil e sinistra, come il tentativo di scardinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Sul caso è stato poi anche strattonato il capo dello stato, chiamato in causa da Repubblica, che gli avrebbe attribuito l’intenzione di rinviare la legge alle camere.

Napolitano ha precisato, in modo palesemente irritato, di non aver ancora assunto alcuna determinazione in merito, ma l’intera vicenda è piuttosto surreale. Da un lato, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che ha più volte precisato che la norma non si applicherà alla disciplina dei licenziamenti individuali; dall’altro la Cgil ed importanti esponenti del Partito democratico, come Tiziano Treu, a parlare di scardinamento dell’articolo 18. Un interessante intervento, di analisi e chiarificazione, viene da Pietro Ichino, giuslavorista senatore del Pd.

Intervistato da Gianmaria Pica per il Riformista, Ichino assume una posizione “terzista”: né con la Cgil né con il governo. La norma che rinvia all’arbitrato, per il giuslavorista, è scritta in modo illeggibile anche per gli addetti ai lavori (tanto per cambiare), e certamente l’imposizione dell’arbitrato dall’impresa al lavoratore nella stipula del contratto individuale appare una forzatura, dato l’enorme squilibrio di potere negoziale tra le parti. Ma il governo evidentemente ama i bizantinismi, al punto da aver previsto che la norma venga riassorbita nella contrattazione collettiva, non è chiaro se per stato confusionale o per disinnescare moti di piazza che avrebbero messo in difficoltà le dialoganti Cisl e Uil. Ma Ichino stronca anche l’applicabilità della norma:

«Quaranta commi, illeggibili anche per i giuslavoristi esperti! Per eludere le protezioni, il piccolo imprenditore ha uno strumento molto più facile e meno costoso: far aprire la partita Iva al lavoratore, fingendo un rapporto di lavoro autonomo»

Speriamo che poi non ci vengano a dire che la forza dell’Italia risiede nelle sue partite Iva. Ichino batte molto sul chiodo della farraginosità e complessità della normazione, che evidentemente questo governo ha deciso di perseguire quanto e più di quelli che lo hanno preceduto, con buona pace dell’apposito ministero per la Semplificazione, in tutt’altre faccende affaccendato. Eppure basterebbe poco, secondo Ichino, per disboscare la materia:

«Il disegno di legge 1873 che ho presentato con altri 55 senatori mostra che sarebbe possibilissimo, oggi, ridurre l’intero ordinamento del lavoro a 70 articoli chiari, semplici, comprensibili per i milioni di persone a cui sono destinati. E traducibili in inglese, per rendere più appetibile il nostro Paese agli investitori stranieri»

L’impressione è che il governo abbia avuto l’ennesima ricaduta del virus del “vorrei ma non posso”. Si parte col cipiglio del riformatore duro e puro, si scrivono testi di legge che entrano a piedi uniti sull’autonomia contrattuale delle parti sociali: vedasi l’osservazione di Ichino sull’articolo 30 del ddl collegato, con il giudice del lavoro che addirittura diverrebbe interprete unico dell'”interesse oggettivo dell’impresa”, e tanti saluti all’articolo 41, primo comma, della Costituzione. E’ un governo socialista, in fondo. Poi arrivano le vertigini, causate dagli strepiti della Cgil e di ampia parte della sinistra, che gridano alla macelleria sociale, e alla fine si mette la retromarcia, usando l'”avviso comune” per diluire la norma, non prima di aver aggiunto un ulteriore strato alla complessità normativa di questo paese di azzeccagarbugli. Un vero peccato che tutto questo minuetto sia avvenuto nel nome di Marco Biagi.

Se potessimo dare un consiglio non richiesto al Pd, suggeriremmo di dare più spazio al professor Ichino, un riformista al contempo forte e mite, e meno a tutti i pasdaran della piazza. Restiamo degli inguaribili sognatori, in fondo.

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