Pare esservi accordo, tra governo e sindacati, su alcune misure a beneficio dei pensionati. Del resto, in uno dei paesi più anziani al mondo, è fatale che la constituency degli ex lavoratori (e di quanto aspirano a diventarlo il prima possibile) rappresenti una lobby molto potente. Il problema è quando alcune misure, pur in astratto opportune, vengono snaturate al punto da destabilizzare il sistema e danneggiare ogni tentativo di riformare un welfare ampiamente fallito. Andrà così anche stavolta?

“Noi non pensiamo che la concertazione sia come la coperta di Linus della quale non si può fare a meno. Se c’è siamo più contenti e se si possono fare gli accordi noi siamo qui. Non è che noi siamo ideologici, siamo pronti a farli e li abbiamo fatti come nel caso Electrolux o Lamborghini”, disse ieri Matteo Renzi durante un forum a Repubblica TV, esibendo peraltro una discreta ignoranza nell’accomunare accordi aziendali di gestione di crisi alla più generale (e determinante, per le prestazioni del sistema-paese) politica economica sotto il marchio tossico-nocivo noto come “concertazione”, che infiniti guai addusse agli italici ed alle loro tasse, senza rilanciare alcunché di tangibile e produttivo. Ma nell’Era della coperta drammaticamente corta, anziché di Linus, e vista anche la moderata soddisfazione sindacale per l’incontro di ieri col premier, è lecito alzare le antenne, prima del sopracciglio.

Il 2 settembre giungerà alle Camere il progetto di legge di iniziativa popolare voluto dalla Cisl per erogare mille euro annui in più, su base pressoché universalistica (lavoratori, pensionati, incapienti). E sin qui, tutto molto bello, come avrebbe detto Bruno Pizzul. I problemi sorgono nelle coperture e nella filosofia ad esse sottostante. Oggi la segretaria generale Cisl, Annamaria Furlan, ha inviato una bella letterina al direttore de La Stampa, per illustrare il dettaglio dell’iniziativa. Il testo della quale trovate qui. Noi abbiamo già commentato nel (de)merito, molti mesi addietro.

di Luigi Oliveri*

Egregio Titolare,

in effetti, la sentenza della Corte costituzionale 178/2015 appare un’arrampicata sugli specchi di difficile comprensione. La motivazione della sentenza lascia comprendere che è legittimo che il legislatore, in una situazione di particolare emergenza economica, possa attivare politiche appunto economiche tali da incidere su una voce della spesa pubblica di quasi il 20% del totale, al fine di contenerle. La sentenza spiega anche che tali misure possano avere una durata corrispondente al triennio caratterizzante tutti gli strumenti di bilancio e programmazione finanziaria e perfino superiore al triennio, se la contingenza e l’emergenza lo richiedano.

Ieri abbiamo conosciuto le motivazioni in base alle quali la Consulta ha decretato illegittimo il blocco per la parte economica delle procedure contrattuali e negoziali dei contratti pubblici. Tre milioni di dipendenti pubblici, dopo sei lunghi anni, potranno tornare a vedere aumenti retributivi in busta paga. In linea di massima è giusto così, perché i governi che si sono succeduti in questi anni hanno usato le retribuzioni del settore pubblico come un bancomat. Uno dei tanti, a dire il vero: basti pensare alle imposte immobiliari (non solo sulla prima casa), ed al taglieggio propagandistico attuato soprattutto dal governo Renzi sui frutti del risparmio. Ma non tutto suona benissimo, a lume di realtà prima che di logica, nella vicenda che ha portato a questa sentenza della Consulta.

Oggi, al parlamento tedesco, va in prima lettura la bozza di un disegno di legge che punta a ridimensionare il potere negoziale (e di sciopero) delle sigle sindacali minori, che in alcuni settori (macchinisti, piloti d’aereo e controllori di volo) ha prodotto recentemente esiti “italiani” in termini di danno inflitto all’utenza.

La Uil ha  lanciato uno “spunto di riflessione” sulla contrattazione collettiva, da estendere alle altre sigle sindacali, per giungere ad un nuovo modello, pubblico e privato. E’ il tentativo, piuttosto velleitario, di riprendere l’iniziativa e contrastare le spinte sempre più forti alla decentralizzazione contrattuale in capo alla singola azienda. Tutto lecito, per carità, non si è mai vista una organizzazione complessa che attende il meteorite che ne causerà l’estinzione, ma è l’architrave della proposta che lascia perplessi, per usare un eufemismo.

Come cambiano rapidamente le cose, in Italia, per non cambiare. E’ il caso del famoso articolo 8 della manovra governativa, quello che decentrava la contrattazione in azienda e territorio, con l’originaria ideuzza di derogare anche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Secondo molti dei nostri riformisti al gulash, ci era stato “suggerito” dalla Bce in persona personalmente, nella famosa lettera segreta recapitata da Trichet e Draghi all’esecutivo.

Mentre tutti i nostri baldi editorialisti ancora fremono di sdegno per lo sciopero generale della Cgil, che non doveva darsi perché nuoce gravemente alla salute pubblica (presto nei luoghi di lavori e sui mezzi pubblici il ritorno del cartello “qui non si parla di politica”), e mentre il nostro prestigioso ministro del Lavoro continua ad elogiare i sindacati che non scioperano ma contrattano, ecco una ardita sintesi del dinamico pensiero di uno dei maggiori esponenti di quel “sindacato del fare” che è in prima fila per la rinascita del paese.