Andrà molto peggio, prima di andare meglio

E se anche l’Eurozona si salvasse…

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Mentre attendiamo con ansia il mese di settembre per capire che faranno i tedeschi di Draghi, anche se il vigore dialettico sta rapidamente salendo a livelli di insulti di stampo italiano, può essere utile ricordare che nel mondo, oltre all’Eurozona, ci sono altre due grandi aree di potenziale crisi. Queste aree sono Stati Uniti e Cina.

In Cina, come sappiamo, il livello di attività manifatturiera resta in territorio negativo, come indicato dalla stima (elaborata da HSBC) dell’indice dei direttori acquisti, che in agosto è calato da 49,5 a 47,8 (ogni valore inferiore a 50 indica contrazione). Si tratta del livello minimo da nove mesi, e giunge nel mezzo della delicata transizione rappresentata dal rinnovo di sette dei nove membri del Politburo, oltre che dopo la traumatica destituzione del “mandarino” Bo Xilai, esponente populista e corrotto della “nuova sinistra” (in realtà nostalgica del maoismo e critica dello sviluppo capitalistico del paese e delle crescenti diseguaglianze che ciò provoca), e la condanna della moglie per l’omicidio di un cosiddetto “uomo d’affari” britannico.

Il governo cinese sta da tempo agendo per stimolare l’investimento infrastrutturale dei governi locali, ma si trova anche nella difficile condizione di gestire lo sgonfiamento della impressionante bolla immobiliare del paese senza causare eventi catastrofici, cioè tentando di mantenere aperti, in un modo o nell’altro, i canali creditizi che alimentano l’economia del paese. Nel contempo, la Cina si trova ad affrontare la crisi dell’Eurozona, suo primo partner commerciale. Il minore assorbimento della produzione cinese trova inequivocabile riscontro nell’aumento della componente degli indici di attività riferiti alle scorte. La produzione continua ad eccedere la domanda, e questo depone assai sfavorevolmente per lo sviluppo del Pil nei prossimi trimestri. Nel contempo, il mercato del lavoro mostra evidenti segni di indebolimento.

La Cina soffre ormai di un evidente eccesso di capacità produttiva, che minaccia di creare un effetto-domino fatto di deflazione (dapprima alla produzione ed in seguito al consumo) ed esplosione di crediti inesigibili nel sistema creditizio, ufficiale ed informale, con tutto quello che ne conseguirebbe in termini di mercato del lavoro e gestione delle tensioni sociali. Gli osservatori occidentali si dicono ancora fiduciosi circa la capacità del paese di iniettare sufficiente stimolo, fiscale e monetario, tale da mantenere la crescita del Pil intorno a quel livello dell’8 per cento (rivisto dal governo in ribasso al 7,7 per cento) che servirebbe al paese per restare in traiettoria di sviluppo. La realtà è che le manovre di stimolo sembrano riprodurre, al netto delle specificità di un ossimorico paese ad “economia di mercato pianificata”, tutte le caratteristiche di quel “percorso di dannazione” visto nei paesi occidentali almeno dalla fine della bolla delle dotcom. Non casualmente, l’indice azionario Shanghai Composite ha recentemente rivisto i minimi da febbraio 2009. L’illusionismo non paga a tempo indeterminato, evidentemente. L’unico problema è immaginare che accadrebbe all’economia mondiale se la Cina finisse nel gorgo di una balance sheet recession come quelle che piagano ormai da un quinquennio l’Occidente.

Questo ci conduce alla seconda area di potenziale crisi, gli Stati Uniti. Pochi giorni fa il nonpartisan Congressional Budget Office (CBO) ha aggiornato le proprie previsioni sull’impatto potenziale del cosiddetto fiscal cliff, una serie automatica di tagli di spese ed inasprimenti d’imposta, di valore pari a 500 miliardi di dollari, che dovrebbe scattare dal prossimo primo gennaio. In assenza di neutralizzazione di questo evento, il CBO stima che l’effetto restrittivo sull’economia statunitense sarebbe peggiore di quanto inizialmente previsto, conducendo ad una contrazione del 2,9 per cento annuale nel primo semestre 2013, contro una frenata annualizzata dell’1,3 per cento prevista dallo stesso CBO lo scorso gennaio. Nel quarto trimestre 2013 l’economia statunitense si contrarrebbe dello 0,5 per cento annuale, con una disoccupazione al 9,1 per cento, un punto pieno sopra il livello attuale.

Il problema è che non basta pensare a neutralizzare questi tagli, che da soli riuscirebbero a portare il rapporto debito-Pil statunitense dal 73 per cento attuale (riferito al debito federale detenuto dal settore privato) al 59 per cento nel 2022, e il deficit-Pil sotto l’1 per cento nel 2016, dal poco più di 7 per cento attuale. Il paese nel dopo crisi è cresciuto a tassi piuttosto anemici, pur potendo contare sullo stimolo implicito di un rapporto deficit-Pil persistentemente elevato, oltre che su un costo del debito federale ai minimi storici di tutti i tempi, e non solo per effetto degli acquisti da parte della Fed. Il rientro del deficit dovrà comunque avvenire, pur se in modo meno violento di quanto previsto dai tagli automatici, ed il rischio di un effetto comunque depressivo sull’economia resta alto. Allo stesso modo, non sappiamo se gli investitori internazionali manterranno inalterata la propria fiducia verso un paese che continua a vivere di deficit, anche se si tratta dell’iperpotenza mondiale. Né la fiducia pare sorretta dalle mirabolanti promesse di Mitt Romney, il cui miracoloso programma di abbattimento fiscale (a vantaggio soprattutto dei percettori di redditi da capitale) finanziato da non meglio specificate ma altamente improbabili chiusure di loopholes fiscali, promette di fare esplodere l’indebitamento a stelle e strisce, nel solco della migliore tradizione bushiana.

Da questa rapida e necessariamente superficiale ricognizione appare evidente che, anche ipotizzando un “lieto fine” per l’Eurozona (che non eviterebbe comunque altri anni di crescita molto debole), nuove nubi stanno addensandosi sulla congiuntura globale.

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