Fine del paradiso fiscale olandese?

Monday, 9 September, 2013

in Discussioni, Economia & Mercato, Unione Europea

Nel 2009, un factsheet della Casa Bianca evidenziava che già nel lontano 2003 un terzo dei profitti riportati da imprese statunitensi provenivano da tre piccole giurisdizioni fiscali: Bermuda, Olanda ed Irlanda. L’Olanda, che nel corso degli anni ha sempre negato vigorosamente di essere un paradiso fiscale, ottenendo la benevola negligenza degli altri paesi colpiti da drenaggio di imponibile societario, ora appare all’angolo, ed ha annunciato un giro di vite sulle cosiddette letterbox company, le società domiciliate nel paese e che esistono, appunto, solo come casella postale, senza stabile organizzazione societaria.

La prassi è risaputa da anni, come testimoniano articoli come questo, ma la crisi e la fame di entrate fiscali hanno evidentemente dato una spinta ad esercitare pressione sul governo olandese, sia a livello di Ue che di Ocse. Tra le società globali che dispongono di “caselle postali” in Olanda figurano Yahoo, Google, Facebook, Merck, Dell, gli italiani dell‘Eni ed anche la società-guscio che gestisce i diritti d’autore degli irlandesi U2, a conferma che nemo propheta in patriaNel 2010, le società non residenti hanno dirottato su giurisdizione olandese circa 10.200 miliardi di euro.

L’Olanda rappresenta un paese di transito fiscale verso centri offshore, in virtù della sostanziale esenzione fiscale dei flussi di reddito che “attraversano” la giurisdizione fiscale olandese. Molte società globali farmaceutiche e tecnologiche utilizzano il sistema di profit shifting per mezzo di royalties su attivi immateriali come i brevetti ed i marchi. In pratica, le società operative situate in paesi sviluppati ed a legislazione fiscale “piena”, pagano i diritti su brevetti licenziati da società basate in centri fiscali offshore. Per evitare queste forme di elusione, i paesi sviluppati impongono una ritenuta d’imposta che può arrivare al 33% per le royalties che si dirigono verso i paradisi fiscali.

E qui entra in gioco l’interposizione olandese. Le società globali pagano le royalties alle “caselle postali” olandesi senza subire ritenute, in virtù di trattati fiscali con l’Olanda, che ufficialmente non è un centro fiscale offshore. I fondi arrivano in Olanda e da qui possono prendere la strada dei veri paradisi fiscali in virtù del fatto che l’Olanda non impone ritenute d’imposta. In pratica, l’Olanda è un centro di triangolazione fiscale elusiva, e non da oggi bensì dagli anni Settanta. Non è un caso che queste triangolazioni portino il suggestivo nome (nel senso etimologico del termine) di Dutch Sandwich.

Ma cosa ci guadagnano, gli olandesi? Ci sono due canali di creazione di imponibile domestico. Le società globali che domiciliano proprie controllate attraverso shell company si accordano con il fisco olandese per una “modica quantità” di imposte, estratte dai flussi di reddito in transito dalla giurisdizione olandese. E’ un meccanismo pressoché identico a quello esistente in Irlanda: Yahoo, ad esempio, ha un accordo per pagare imposte pari all’1,35% del reddito generato dal “guscio” olandese. L’altro canale di produzione di imposte a beneficio delle reali casse olandesi viene dal florilegio di società fiduciarie che servono per gestire le “caselle postali”, e che offrono consulenza fiscale di alto livello. Si stima che queste fiduciarie locali producano gettito per un miliardo di euro annui, oltre a dare lavoro a 3.500 persone.

Ora il meccanismo potrebbe avere i giorni (o più probabilmente, gli anni) contati, dopo la forte pressione esercitata dall’Ocse, dal G20 e dalla Ue per almeno ridurre le forme più eclatanti di elusione. Ed il governo olandese sta iniziando a capitolare, stabilendo che, a partire dai paesi più poveri, verranno avviare procedure per eliminare le società-guscio, richiedendo la “stabile organizzazione” in Olanda della controllata. Si parte con lo Zambia, al vostro buon cuore.

Ma presto la stessa richiesta proverrà (sta già provenendo, in realtà) anche da paesi sviluppati ed in feroce crisi di gettito fiscale, a seguito della crisi. Ad esempio, in Portogallo hanno scoperto di essere il maggiore investitore diretto estero in Olanda, per motivazioni di evidente elusione fiscale. Inoltre, per anni Energias de Portugal (EDP), ceduta a inizio 2013 dallo stato ad una società cinese, ha sottratto imponibile al fisco portoghese attraverso la creazione di una sussidiaria-conchiglia che centralizza su di sé tutta la raccolta di debito del gruppo EDP. Non a caso questo accordo sui prezzi di trasferimento (Advanced Pricing Agreement, APA) è stato cancellato a fine 2012 per accordo tra i governi olandese e portoghese, retroattivamente al 2010. L’unico problema è che la “conchiglia” portoghese di EDP ha dovuto conguagliare un maggiore debito d’imposta al fisco olandese, e non all’assetato erario portoghese.

La tendenza globale appare al momento quella di ridurre i casi più eclatanti di elusione fiscale di imprese multinazionali, per recuperare almeno in parte risorse fiscali ed offrire all’opinione pubblica un esempio “etico” di cooperazione internazionale. La competizione fiscale tra paesi resta fondamentale, ma dovrebbe essere ottenuta attraverso regole comuni a tutti, il famoso level playing field che invece continua a mancare.

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