Su Ft Alpahville, nei giorni scorsi è stato pubblicato un tentativo di analisi dei motivi alla base dell’esangue ripresa dell’economia olandese. Malgrado fondamentali tedeschi in termini di surplus commerciale e posizioni di testa nelle classifiche internazionali di competitività, in questi anni il recupero del paese è apparso molto più simile a quello di paesi della periferia dell’Eurozona, con consumi reali pro capite delle famiglie depressi, oggi di circa il 5% inferiori al livello ante-crisi del 2007. Questa interessante condizione, quella di un’economia “tedesca” che tuttavia produce esiti di ripresa mediterranea, cioè debole, fornisce spunti di riflessione ed analisi, visto che ovviamente è improponibile accusare l’Olanda di non aver fatto “i compiti a casa”, cioè le leggendarie riforme strutturali.

Se siete convinti di vivere in un paese fiscalmente oppressivo, non solo per l’esborso che vi viene richiesto ma anche per la numerosità degli adempimenti e la loro scarsa chiarezza, potete certamente continuare a pensarla a questo modo, ma troverete forse una lieve consolazione guardando in casa d’altri.

Nel 2009, un factsheet della Casa Bianca evidenziava che già nel lontano 2003 un terzo dei profitti riportati da imprese statunitensi provenivano da tre piccole giurisdizioni fiscali: Bermuda, Olanda ed Irlanda. L’Olanda, che nel corso degli anni ha sempre negato vigorosamente di essere un paradiso fiscale, ottenendo la benevola negligenza degli altri paesi colpiti da drenaggio di imponibile societario, ora appare all’angolo, ed ha annunciato un giro di vite sulle cosiddette letterbox company, le società domiciliate nel paese e che esistono, appunto, solo come casella postale, senza stabile organizzazione societaria.

Come segnala Bloomberg, l’asset manager obbligazionario Pimco sta vendendo titoli di stato olandesi, a causa dello scetticismo sulla situazione economica del paese, che potrebbe lasciare l’esclusivo club delle triple A in Eurozona, visto che le tre maggiori agenzie di rating hanno posto il debito sovrano olandese in outlook negativo. Avremo a breve la prossima vittima dell’eurocrisi?

Ennesimo editoriale della premiata ditta Alesina e Giavazzi, oggi sul Corriere, relativo al tabù del taglio di spesa pubblica in Italia. Concetti che sarebbero pure condivisibili, se non fossero frammisti alla elevazione a modello di quello che semplicemente modello non è. Mentre, nel frattempo, anche qualche paese virtuoso ed a massimo merito di credito si incammina verso un avvitamento che metterà alla prova la tesi secondo cui i tagli di spesa si possono e debbono fare indipendentemente dal contesto economico circostante, ad esempio durante una crisi fiscale indotta da una recessione che somiglia molto ad una depressione, a sua volta indotta da una crisi finanziaria. Ma andiamo con ordine, sperando di riuscire a farci capire.

Mentre cerchiamo affannosamente di capire quali sono le aree di organizzazione sociale ed economica che impediscono a questo paese di tenere la testa sopra il pelo dell’acqua, è utile segnalare che, che secondo l’Ocse, l’Olanda spende in sanità un iperbolico 15 per cento del proprio Pil, collocandosi al primo posto tra i 34 paesi Ocse.