Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Editti popolari

in Economia & Mercato/Italia

Il consiglio dei ministri ieri ha approvato la trasformazione in società per azioni delle banche popolari cooperative aventi un attivo consolidato eccedente gli otto miliardi di euro. Pur consapevoli che questo è un paese di eroi, santi, poeti, navigatori, giureconsulti, economisti, geologi, urbanisti, criminologi, in grado di esprimere giudizi istantanei e soprattutto polarizzati su qualsiasi tema venga ad esso sottoposto, tentiamo di valutare motivazioni e conseguenze di tale provvedimento, in modo laico ed aperto, cioè problematico. La conclusione sarà assai poco italiana, e quindi verosimilmente non riuscirà a soddisfare i lettori.

Un provvedimento che porta con sé due narrative contrapposte, entrambe “alte e nobili”. Da un lato il leggendario spirito della cooperazione, della tutela del mitologico “territorio”, la barriera naturale contro gli oligopoli, il “liberismo” e lo “straniero”, foss’anche il tizio che abita nel comune a tre chilometri di distanza, di solito quello più insidioso, nella nostra fattiva provincia. Dall’altro la non meno epica “efficienza”, lotta alle consorterie, persino l’esigenza di fare credito a famiglie ed imprese, costi quel che costi.

Intanto, i riferimenti programmatici del premier: molto pop e non troppo coerenti con la logica, comme d’habitude. Come leggere del resto frasi come:

«Nelle prossime settimane arriverà un provvedimento importante sul ruolo del credito. Non abbiamo avuto paura di intervenire sul numero dei parlamentari, non dobbiamo averla di intervenire sul numero dei banchieri: ci sono troppi banchieri e poco credito per le piccole e medie imprese» (Ansa, 16 gennaio 2015)

O anche:

«Abbiamo fatto votare ai senatori la cancellazione del senato – ha poi commentato [Renzi] – Pensate se non riusciamo anche a far cambiare il mondo del credito a qualche dirigente di banche popolari» (Ansa, 20 gennaio 2015)

Questo è Renzi allo stato puro: una sorta di decisionismo al testosterone, peraltro assai poco coerente con l’assenza di physique du rôle del personaggio ma sempre molto pop. Scarsa coerenza che emerge anche nelle motivazioni e nella tecnica legislativa utilizzata. Intanto, un decreto legge per una riforma che si dispiega in diciotto mesi non appare il massimo della coerenza. O forse è renzianamente coerente. “Necessità ed urgenza” a diciotto mesi è in effetti surreale, anche al netto delle esigenze organizzative di cambiamento. Poi, la riforma è stata decisa dal governo nel chiuso di una stanza, al punto che anche il governatore della banca d’Italia, Ignazio Visco, non ha risparmiato un colpo di spillo a Palazzo Chigi (“Non ho nessuna idea, non lo so”. Tradotto: “Non mi hanno consultato”).

Stavolta, nessuna finta “consultazione pubblica”, neppure con gli interessati. Forse è un bene, visto che di “autoriforme” sono piene le fosse di questo paese. Circa la riduzione di poltrone di banchieri, tutto vero e tutto molto bello. Noi vorremmo dare un piccolo contributo diversamente benaltrista segnalando a Renzi che, se obiettivo è questo, c’è tutta la governance delle banche spa da rivedere, in particolare il sistema duale, che genera una pletora di poltrone e strapuntini spesso per politici trombati. Quindi la strada resta ancora lunga, diciamo.

Problemi sorgono anche leggendo le motivazioni ufficiali dell’intervento:

Il Consiglio dei Ministri ha approvato un intervento di riforma delle banche popolari con l’obiettivo di rafforzare il settore bancario e adeguarlo allo scenario europeo, innovato dall’unione bancaria. Con la distinzione in due fasce si preserva il ruolo delle banche con vocazione territoriale e al tempo stesso si adegua alle prassi ordinarie la governance degli istituti di credito popolari di maggiori dimensioni che nella maggioranza sono anche società quotate in borsa. La finalità ultima dell’intervento è di garantire che la liquidità disponibile si trasformi in credito a famiglie e imprese e favorire la disponibilità di servizi migliori e prezzi più contenuti. Pertanto il Consiglio dei Ministri ha adottato un decreto legge che impone alle banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi di euro la trasformazione in società per azioni.

Ora, a parte il solito “scenario europeo”, aka “ce lo chiede l’Europa” (landesbanken e sparkassen? Banques populaires?), colpisce la “finalità ultima” dell’intervento:  “garantire che la liquidità disponibile si trasformi in credito a famiglie e imprese e favorire la disponibilità di servizi migliori e prezzi più contenuti”. Esiste evidenza che l’assetto cooperativo delle banche maggiori agisca da freno all’erogazione del credito e contribuisca a tenere elevati i costi di sistema? Non sappiamo, ma azzarderemmo di no. Facciamo qualche passo oltre ed ipotizziamo che la trasformazione in spa determini un aumento di concentrazione del credito in Italia. Secondo voi, questo scenario aumenta o riduce la concorrenza? Se un’azienda lavora con quattro banche in capo a quattro gruppi creditizi e dopo le aggregazioni le quattro banche finiscono con l’appartenere a due gruppi, saremo di fronte ad un aumento di concorrenza e di volumi di credito erogato? Uhm.

A meno che il governo punti a fare acquisire le popolari trasformate in spa da banche estere, credendo che questo rappresenti il prerequisito per l’ingresso in Italia di imprese non residenti, a seguito del proprio prestatore di fiducia, o che serva indirettamente ad aumentare la concorrenza, mettendo pressione agli indigeni. Qui avremmo altri dubbi. Il problema è la contendibilità delle banche di maggiori dimensioni? Ottimo, ma non riguarda solo le popolari più grandi, come riassunto in modo esemplare dalla triste parabola di una piccola e presuntuosa città della Toscana, geneticamente avversa al concetto di competizione.

Quindi, per riassumere: la riforma taglia le “poltrone”? Che bello, evviva Renzi il disboscatore delle oligarchie. Ce ne viene qualcosa in tasca, in termini di disponibilità e costo del credito? Qui abbiamo e avremo seri dubbi. Almeno sin quando non avremo dati ex ante ed ex post: l’unica cosa che conta e serve per formulare giudizi e prescrizioni. Almeno fuori dall’Italia: da noi, notoriamente, bastano slogan e due fazioni bercianti.

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