Il ritorno della Gepi

Nel consiglio dei ministri del 20 gennaio è stato dato il via libera alla costituzione di una “società di servizio per la ristrutturazione, il riequilibrio finanziario e il consolidamento industriale di imprese italiane in temporanee difficoltà patrimoniali e finanziarie, ma con buone prospettive industriali ed economiche”. Non per essere gufi, ma questo sembra il passato che non vuole passare. Ed è piuttosto inquietante.

Lo strumento prescelto per l’intervento ricorda sinistramente la GEPI, nata agli inizi degli anni Settanta e la cui missione doveva essere quella di entrare nel capitale privato di aziende in crisi, procedere a ristrutturarle e poi uscirne. Come sono andate le cose, è storia. Di un paese fallito. E non per colpa dei tedeschi. Ma questa volta è differente, dicono dall’esecutivo. Perché c’è quella precisazione delle “buone prospettive industriali ed economiche”. Al che, il lettore naif si chiede: ma se è solo un problema di struttura patrimoniale e finanziaria, non basta il mercato? Perché deve esistere un intervento pubblico? Discorso analogo per il “consolidamento industriale di settore”: togliete di mezzo gli ostacoli regolatori e l’eccesso di burocrazia, ed il resto verrà.

A leggere oggi sul Sole l’intervista al viceministro allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte all’ennesimo caso di uso orwelliano della lingua italiana, che come sappiamo è caratteristico di questo esecutivo, oltre che ad un piano d’azione che potrà rendere estremamente ampio il raggio di manovra del costituendo centauro, che accoglierà soggetti pubblici e privati che si muovono “secondo una logica di mercato”. Eh, la logica. Che nostalgia, ai tempi del governo Renzi.

La logica, secondo De Vincenti, è nientemeno quella del “private equity rovesciato, guidato non da una logica di breve periodo ma di medio-lungo termine”. E già qui i conti non ci tornano. Se De Vincenti conoscesse il mondo del private equity, saprebbe che l’orizzonte temporale è dell’ordine di alcuni anni, non certo di poche settimane o mesi. Ma il riferimento del governo a 7 anni, elevabili a 10, per la dismissione della partecipazione (presente nel comunicato di Palazzo Chigi), non lascia presagire nulla di buono. Soprattutto visto che, nella neolingua governativa, il concetto di “temporanea difficolta” si associa ad interventi che possono durare sino a due lustri. Ma a parte queste problematiche definitorie, è interessante constatare come il viceministro riesca, in poche righe di intervista, a dire tutto ed il contrario di tutto, ed a confermare i nostri timori. Si inizia con la parte rassicurante dell’oggetto societario. Questa non è la Gepi:

«Assolutamente no. Ci sono differenze sostanziali. Non c’è lo Stato nell’operazione, ma potranno esserci soggetti partecipati dallo Stato che sono comunque operatori di mercato. E poi, noi pensiamo a interventi su aziende in difficoltà, non decotte, con l’obiettivo di stabilizzarne la prospettiva patrimoniale e industriale nel medio-lungo periodo»

Rassicurante. Detto così, sembra che l’azienda-tipo oggetto di intervento sia zavorrata da un eccesso di debito, e quindi di oneri finanziari, ma che riesca comunque a produrre un utile operativo, quello della gestione industriale tipica. Questa, in astratto, è la discriminante che dovrebbe guidare la filosofia dell’intervento. Ora, a parte che, se le cose stessero in questi termini, noi alzeremmo nuovamente la manina a ribadire: “scusate, ma se l’azienda ha redditività operativa per quale motivo serve una società mista pubblica-privata? Si trovino dei soci, ricapitalizzino e vivano felici e contenti”. Troppo facile? E infatti ecco la precisazione di De Vincenti, che è un ma anche grande come una casa:

«Possono trovarsi anche in squilibrio operativo – spiega De Vincenti – ma solo se il Cda della società di turnaround valuterà che è un gap recuperabile in un arco di tempo predeterminato»

E certo. Un bel business plan di rinascita non si nega a nessuno, ed il turnaround è servito. Azienda abile ed arruolata. Eh no, direte voi, se ci sono operatori privati conterà la redditività reale. Può essere. Oppure conteranno “dividendi” e promesse elargiti ai privati in altri ambiti. Do ut des, in sintesi. Aspettiamo di saperne di più, anche sulla presenza della garanzia pubblica su alcune tipologie di azioni della nuova società mista: come sempre, il diavolo si cela nei dettagli.

Allo stato attuale non sappiamo se l’Ilva rientrerà nel perimetro d’azione del costituendo centauro. Di certo, in questo caso servirà creare una newco che raccolga solo il nucleo di operatività “sana”, lasciando ad altri tipi di interventi l’enorme groviglio di criticità giudiziarie ed ambientali. Tutto si può fare, con buonsenso e buona fede. E tutto o quasi può essere realizzato in contesti che non necessitano di presenza pubblica, anche se quest’ultima è di tipo formalmente “privatistico” e con missione di fare profitti. Altrimenti, di deroga in deroga, finiamo davvero col resuscitare Fanfani & c., fuori tempo massimo.

Ultimo punto, il più inquietante: tra i soggetti che potranno partecipare al centauro, De Vincenti individua anche i fondi pensione. I quali, ne siamo certi, godrebbero della famosa agevolazione fiscale pensata dal governo per “determinate tipologie di investimenti”. Ricordate? Visto che parliamo di aziende in perdita, pur se con redditività operativa (ma anche no), i fondi pensione dovranno armarsi di tanta e santa pazienza, ed attendere l’orizzonte di piano industriale (i 7-10 anni), prima di vedere, forse, qualche frutto. Ora, è vero che i fondi pensione sono investitori di lungo periodo, ma forse il significato di questa espressione, in questo caso, viene lievemente distorto e deformato.

Come finirà? Speriamo col minore danno possibile. O che l’iniziativa muoia prima di nascere, senza troppi danni.

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