Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Venezuela, quando troppa sovranità rende schiavi

in Economia & Mercato/Esteri

Secondo il sito DolarToday, che tiene conto degli scambi effettuati vicino al confine colombiano, il cambio di mercato nero del bolivar, la valuta venezuelana, ha sfondato quota 400 contro dollaro, a fronte di un cambio ufficiale principale a 6,3, e di una serie di cambi ufficiali di “asta” per assegnazione della divisa per transazioni commerciali il cui valore massimo non eccede i 200 bolivares per dollaro. Pare quindi che il collasso valutario del Venezuela sia sempre più vicino. E che accade, in questi casi? Che la moneta forte scaccia quella debolissima, in una sorta di inversione estrema della Legge di Gresham.

In pratica il paese, piagato da un’iperinflazione intorno al 70%, pare aver imboccato la strada della dollarizzazione. Alcune aziende straniere stanno smettendo di accettare bolivar per regolare gli acquisti: hanno iniziato Ford ed American Airlines ma altre sarebbero pronte al grande passo, con l’apparente accettazione da parte delle autorità che, malgrado la retorica ufficiale contro i gringos, cercano di impedire che le aziende straniere abbandonino il territorio venezuelano. Una volta avviato, questo processo è difficilmente reversibile, e porterà ad una sorta di gigantesco reset dell’economia del paese.

Come quello accaduto anni addietro all’Ecuador, caduto vittima dell’iperinflazione. Ma non è tutto rose e fiori, contrariamente ad alcune letture ideologiche del processo di dollarizzazione. Nel caso dell’Ecuador, dove il petrolio genera circa la metà dei ricavi da esportazione e circa il 30% del gettito fiscale, il crollo delle quotazioni del greggio ha causato una pesante stretta di liquidità domestica. L’assenza di una valuta nazionale, che si deprezzerebbe per aggiustarsi alle peggiorate ragioni di scambio, richiede l’uso di meccanismi correttivi equivalenti ed ovviamente non indolori.

E quindi, che fare per compensare il crollo nella quantità di dollari incassati? Il governo di Rafael Correa ha scelto di emettere due obbligazioni denominate in dollari, con cedole sopra il 10%, puntando sulla fame di rendimento dei mercati obbligazionari e sulla loro memoria corta rispetto all’ormai celebre default realizzato anni addietro dallo stesso Correa. Poi, d’intesa con l’Organizzazione Mondiale del Commercio ed il Fondo Monetario Internazionale, sono stati imposti dazi sulle importazioni, esplicitamente definiti “misure di protezione della bilancia dei pagamenti”, variabili tra il 5 ed il 45%. Quest’ultima tariffa colpisce ad esempio bevande alcooliche, abbigliamento, tessile, elettronica di consumo, auto. Tutto per distruggere domanda interna e comprimere le importazioni, risparmiando quindi preziosi dollari. Altra fonte di entrata di valuta per le casse dello stato sarà una maxi sanatoria fiscale, approvata dal parlamento a fine aprile, che esenta i contribuenti dalle sanzioni per il mancato pagamento delle imposte nel passato. Da ultimo, si cerca di attrarre investimento diretto estero. Non si inventa nulla.

Ripetiamolo: queste sono tutte manovre “classiche” per riprodurre gli effetti di una svalutazione del cambio quando il cambio non può essere svalutato perché l’economia del paese si basa su una moneta “straniera”. E sono tutte misure dolorose, visto che l’inflazione in Ecuador è già salita verso il 5% (comunque un paradiso rispetto al Venezuela) e la fiducia dei consumatori, colpiti da una forte perdita di potere d’acquisto, è letteralmente crollata. Ah, e notate che l’antimperialista Correa non ha sin qui ritenuto di reintrodurre una valuta sovrana, pensate un po’.

Cosa vi suggerisce, tutto ciò? A noi un paio di cose. La prima è che i disordini fiscali-monetari da eccesso di populismo e dissociazione dalla realtà presentano il conto, e nei casi più gravi questo conto prende le forme di una perdita di sovranità monetaria, e l’adozione di una moneta “straniera”. Si noti che questo processo non avviene per qualche forma di complotto esterno ma per scelta dei cittadini, esasperati dal fatto di trovarsi in tasca carta straccia. La seconda considerazione consegue alla prima: quando un paese si è dollarizzato (ma potrebbe anche “eurizzarsi”, cosa che secondo chi scrive potrebbe facilmente accadere ad una Grecia alla deriva post default e che tentasse di reintrodurre una valuta nazionale), l’unico modo per correggere squilibri macroeconomici ed aggiustare le ragioni di scambio è quello di una “svalutazione interna”. Ricordate questa ferale espressione, vero? Assieme all’altra, caratteristica dei riequilibri di bilancia dei pagamenti: “distruzione della domanda interna”.

Si prospetta quindi una terribile nemesi per il Venezuela: perdere sovranità monetaria e ritrovarsi schiavo della moneta degli odiati gringos. Come sempre, nulla è più vendicativo dell’economia. Ditelo agli arruffapopolo analfabeti di casa nostra, in caso.

Ultimi in Economia & Mercato

Go to Top