Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Argentina, la realtà ha un noto bias ultraliberista

in Economia & Mercato/Esteri

Lentamente, dopo l’insediamento del suo esecutivo e la sostituzione del recalcitrante governatore della banca centrale, il neo presidente argentino, Mauricio Macri, sta dirigendo il paese verso l’appuntamento con la realtà. Le prime mosse sono tanto coerenti quanto inevitabili. In attesa che si scopra che è comunque “colpa del liberismo”.

Tutto o quasi ruota intorno al problema delle riserve valutarie argentine, che sono ai minimi storici e continuano inesorabilmente ad assottigliarsi. Un cambio del peso del tutto irrealistico e sopravvalutato è alla base della galleria degli orrori degli anni del kirchnerismo. Quindi è vitale recuperare valuta, si diceva. Come? In primo luogo, dando al peso una quotazione più realistica, cioè molto più debole della attuale. Un punto importante, ad esempio, è che gli agricoltori non hanno sinora avuto fretta alcuna di vendere i propri raccolti sui mercati globali perché incasserebbero meno pesos. Il precedente governo ha usato un mix di minacce e blandizie per indurre i coltivatori a cedere subito i raccolti. Alla fine, spinto dalla disperata fame di risorse fiscali, ha tassato l’export di grani.

Macri ieri ha tolto le imposte sull’export di grano e mais, e questo induce un primo incentivo a cedere i raccolti sul mercato e quindi a rimpolpare le riserve valutarie. Con buona probabilità questo non avverrà subito, però, perché tutti aspettano a giorni o addirittura ad ore la rimozione dei controlli sui capitali, che determinerà un forte deprezzamento del peso. Nel frattempo, dopo aver ottenuto le dimissioni del governatore della banca centrale, che lottava con le unghie e con i denti per impedire che il cambio si adeguasse alla realtà, su ordine della cricca Kirchner, Macri ha chiesto la rinegoziazione dei contratti forward su dollaro firmati dalla banca centrale, che prevedono la vendita a sei mesi di dollari contro pesos al cambio di 11. Mossa disperata per racimolare dollari a breve termine e sostenere il cambio del peso e le riserve ma che causerebbe un salasso alla banca centrale se alla scadenza il peso si fosse deprezzato come tutti si aspettano.

Quando il cambio verrà lasciato andare, per adeguarlo alla realtà, il già elevato tasso d’inflazione del paese schizzerà all’insù, e ci saranno proteste di piazza, alcune anche “orchestrate”. Macri ed il suo governo, nel frattempo, dovranno cercare di ridurre il deficit pubblico finanziato mediante la stampa di moneta, che tante salivazioni induce nei nostri sovranisti da dopolavoro e socialisti al cachemire, ed anche qui i contraccolpi sociali saranno forti. Dovranno quindi essere ridisegnati tutti i sistemi di sussidio, per proteggere i deboli.

Altro problema che sta profilandosi all’orizzonte, pura eredità della Presidenta, è quello della rete elettrica nazionale. Il paese è a continuo rischio di blackout ma gli investimenti languono, per un motivo banale: le tariffe elettriche sono ferme da oltre un decennio. Ora Macri sta per decretare lo stato di emergenza energetica sino a fine 2017. Ciò significa, soprattutto, che le tariffe verranno aumentate, sia pure in modo da proteggere le fasce di popolazione realmente a disagio economico, e nel frattempo a ridurre il deficit pubblico.

Per avere la misura della follia fiscale della banda Kirchner, si pensi che i sussidi sulle bollette di luce e gas toccheranno quest’anno il 7,2% del Pil. Le tariffe elettriche argentine sono circa un decimo della media dell’America Latina, secondo stime di Livio Gallo di Enel, che controlla il distributore argentino Edesur. Sono sussidi talmente equi e mirati, che le bollette elettriche nelle abitazioni della classe medio-alta di Buenos Aires possono toccare un minimo di 40 pesos al bimestre, circa 4 dollari Usa al cambio ufficiale. La bolletta elettrica di un mese, a Buenos Aires, costa l’equivalente di di un caffè e di un croissant. Per tenere in vita i distributori di elettricità, il governo Kirchner ha quindi deciso di sussidiarli nell’acquisto all’ingrosso, gestito da una società pubblica. Andando a ritroso, tutto ciò ha portato ad un deficit energetico del paese di 6 miliardi di dollari. Altra voce su cui Macri dovrà intervenire.

In sintesi, a Buenos Aires è arrivata la realtà, che ha un noto bias ultraliberista, e la transizione non sarà indolore. Aspettatevi quindi alte urla di dolore dai soliti noti, soprattutto di casa nostra.

Aggiornamento – A stretto giro, ecco l’annuncio di rimozione dei controlli sui movimenti di capitale, da domani 17 dicembre. Il governo si attende entro un mese afflussi di valuta tra 15 e 25 miliardi, e sta negoziando con un pool di banche internazionali un prestito di 5 miliardi di dollari al tasso atteso del 7%, che sarà gestito secondo la legge nazionale, per evitare il divieto di servizio del debito stabilito dal giudice statunitense Griesa, nella disputa con i creditori internazionali. Secondo Barclays, in conseguenza del deprezzamento del peso, l’inflazione argentina toccherà il 47% nella prima metà del 2016. Ringraziate la Presidenta.

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