Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Nuove meravigliose idee per ridurre il debito pubblico

in Adotta Un Neurone/Economia & Mercato/Italia

Sul Corriere compare una “analisi” sulla riduzione del peso del debito pubblico a mezzo di inflazione, relativamente all’ipotesi di scambio tra aumento Iva e riduzione del cuneo fiscale, avanzata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Si tratta di uno di quei non rari momenti in cui vorremmo che in questo paese non si parlasse di economia, se i risultati finiscono ad essere questi.

Per reperire risorse, argomenta l’articolo di Federico Fubini, è possibile tagliare la leggendaria spesa improduttiva oppure quella che va a welfare di famiglie “che non ne hanno bisogno”. Questo è il punto relativa alla rimodulazione delle tax expenditures in funzione del reddito, presumiamo. Oppure (second best?)

«La seconda strada meno nociva è tassare di più gli immobili, a maggior ragione in Italia dove il prelievo su di essi è meno alto che altrove e viene compensato opprimendo le imprese e il lavoro dipendente (anche) di chi non può permettersi un appartamento di proprietà»

E vabbuò. Se questi due presunti best hanno la strada sbarrata, si può scegliere la terza via:

«[…] imposte indirette come l’Iva. Poiché gravano meno sui costi di produzione e dunque sull’export, sono meno deleterie per le imprese e la creazione di posti (anche se fanno pur sempre peggio dell’opzione uno e due)»

Quindi,

«Pier Carlo Padoan non è fuori dal seminato, quando accenna all’idea di aumentare l’Iva per finanziare sgravi su fattori produttivi come le imprese e il lavoro»

E fin qui, prendiamo atto. Soprattutto del fatto che l’autore dell'”analisi” non riesce a ricordare a Padoan quali e quante coperture politiche egli ha offerto a Renzi negli ultimi tre anni, quindi non è che Padoan abbia tutti questi “meriti”, dopo tutto. Ma, fermi!, c’è anche un “sospetto”, circa la reale motivazione dell’aumento Iva:

«Il problema dell’Italia è che il costo medio in interessi sul debito è regolarmente più alto della crescita “nominale” (inclusa l’inflazione). Il debito cammina più in fretta del reddito, e questo spiega perché esso continui a lievitare in rapporto al Pil: manca crescita, e manca inflazione. Siamo il solo Paese dell’euro a non aver chiuso quella forbice fra interessi e crescita, non a caso Commissione Ue prevede che nel 2017 il rapporto debito-Pil salirà solo in Italia»

Ecco, questo è sacrosanto ed è il vero motivo dei guai italiani, come sa chi ha tempo da perdere leggendo questi piccoli ed insignificanti pixel. Sin quando non riusciremo ad avere un Pil nominale che cresca più del costo del debito (come accade ad esempio alla Spagna), non saremo fuori dai guai. O, più propriamente, ne saremo dentro. Bene, and so what?, direbbero a Rovigo.

«[…] il ritardo della crescita nominale sul costo del debito era dell’1,5% nel 2016, dovrebbe essere dello 0,8% nel 2017 e crollare allo 0,2% nel 2018, secondo stime desumibili dai numeri del governo. Qui entra in scena l’idea di rialzare l’Iva nel 2018. Almeno per un anno, quel ritocco alle imposte indirette farebbe salire il costo dei prodotti al consumo e l’inflazione, dunque aiuterebbe a chiudere lo scarto che ingigantisce il debito rispetto al Pil. Fermarne l’aumento è urgente, perché nel 2018 la Banca centrale europea smetterà di comprare nuovi titoli di Stato»

Ah, ecco! Faccio un maxi aumento Iva, l’inflazione aumenta di pari misura (ma quando mai?), e con essa il Pil nominale, che supera il costo medio del debito, e bingo! Se non fosse che l’aumento Iva non è detto si scarichi integralmente sui prezzi al consumo, perché esiste una cosa chiamata elasticità della domanda al prezzo, che finisce per fare assorbire in misura variabile l’aumento dei prezzi al venditore e non al compratore. Quindi i venditori vanno nei guai, licenziano, tagliano investimenti. E che fa il Pil, in quel caso? Cala, che dite? Se invece l’aumento Iva finisce tutto in faccia al compratore, i primi a cedere sono i consumi, sempre in funzione dell’elasticità della domanda al prezzo. E quindi cala il Pil.

Quindi, se obiettivo dell’articolo è elucubrare che l’aumento Iva servirebbe a dare una fiammata al Pil nominale e chiudere il gap col costo del debito, non ci siamo. Forse riuscire a capire che l’inflazione “buona” è quella da domanda e non quella da costi (e imposte indirette), ci farebbe fare grandi passi avanti sulla strada della consapevolezza, anche meglio della meditazione orientale. Peraltro, se aumenta l’inflazione è lecito attendersi un aumento dei rendimenti nominali sul debito pubblico: sul mercato secondario e, soprattutto, all’emissione. Quindi, oplà, ecco che il costo del debito risale. E del resto, l’autore è consapevole che quella di alzare l’Iva per ridurre il debito pubblico è una poderosa minchiata, anche se ha idee del tutto peculiari sul timing:

«Purtroppo però l’aumento dell’Iva giova al debito solo per il primo anno, e deprime i consumi per sempre»

Invece il primo anno l’effetto è benefico? Oh bella, e come mai? Al di là di tutto, forse servirebbe prendere consapevolezza che l’aumento Iva non è inflazionistico bensì deflazionistico. Ma soprattutto, quale è la finalità di una “analisi” del genere? Ribadire che non esistono pasti gratis? Forse, ma qui la trattazione pare quella di chi ha saltato qualche pasto ed ha quindi perso lucidità. Oltre ad avere qualche debito formativo di troppo in economia.

Se invece siete cultori di fiction, vi segnaliamo l’ennesimo exploit di Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi di Confindustria. Il quale, avendo al proprio attivo in passato previsioni mirabolanti, come un impulso espansivo di circa il 2,5% del Pil con gli 80 euro di Renzi e il sacrificio dei primogeniti maschi in caso di vittoria del No al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, è stato audito in parlamento sul Def ed ha fornito il suo personalissimo contributo alla tesi di Padoan:

«Da tutte le simulazioni che abbiamo fatto emerge che lo scambio Iva-cuneo fiscale determina un forte stimolo alla crescita, anche in queste situazioni di debolezza dei consumi. Vuoi perché la riduzione del cuneo si traduce in una minore dinamica inflazionistica, vuoi perché c’è un maggiore stimolo alle esportazioni, vuoi perché c’è un premio a chi si orienta verso i mercati esteri più dinamici»

Ma non è meraviglioso, tutto ciò? Averci pensato prima. Soprattutto, mirabile la parte sulla riduzione del cuneo fiscale come elemento calmieratore dell'”inflazione”, in un paese che ha l’11,5% di disoccupazione e ha perso l’articolo 18 sulle nuove assunzioni. Un giorno chiederemo al Centro Studi Confindustria come sono settati i parametri del loro modello econometrico. Magari scopriremo anche la ricetta della Coca Cola.

Con “analisi” e “previsioni” del genere, chi ha bisogno del cabaret?

Ultimi in Adotta Un Neurone

Placeholder

Il cugino di Spagna

Di tutte le leggende metropolitane che fanno da metronomo all’orchestrina del Titanic
Go to Top