Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Province: disastro a furor di editorialisti

in Contributi esterni/Italia

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

In questi giorni sui giornali abbiamo letto molto di due temi: le province e soprattutto le città metropolitane al collasso finanziario e gli incendi affrontati senza elicotteri, aerei e sufficienti guardie forestali. Si dirà: può capitare. Se le province e le città metropolitane sono male amministrate, certo che rischiano il default; e se la natura infierisce col caldo, gli incendi divampano in modo così esteso che nemmeno un apparato di contrasto efficiente e preparato può contrastarli.

Il fatto è, caro Titolare, che nei casi di specie non si tratta di imprevedibili situazioni contingenti, legati a singoli episodi di mala amministrazione o a eventi climatici straordinari. Ancora una volta, si tratta semplicemente della realtà che viene a presentare il conto di riforme rabberciate, se non rovinose, realizzate in questi anni per inseguire il consenso e, soprattutto, inchieste di noti giornalisti specializzati nel rilevare ciò che non va nella pubblica amministrazione.

Così, poiché in un famoso pamphlet sulla “casta” si è sentenziato che le province costavano troppo, si è deciso che andavano abolite. Allo scopo serviva riformare la Costituzione: un lavoro che richiede anni e pazienza. Ma, per i governi Letta e Renzi non c’era tempo di aspettare. I lavori per incidere sulle province sono iniziati subito e così nell’aprile 2014 è entrata in vigore la riforma Delrio, “in attesa” della riforma della Costituzione, per anticiparla. Peccato che, poi, la riforma della Costituzione non sia mai entrata in vigore, seppellita da una valanga di “no” al referendum. Risultato: come ampiamente previsto e descritto molte volte, la riforma Delrio, accompagnata dalla devastante legge di bilancio per il 2015 (legge 190/2014) ha strozzato finanziariamente le province e, clamorosamente, anche le città metropolitane, istituite proprio dalla legge Delrio allo scopo (non si capisce perché e come) di fare da apripista addirittura al rilancio dell’economia dell’intero Paese.

Una riforma frettolosa e mal concepita, frutto di populismo e conti finanziari sbagliati, che ora presenta il conto, anche se da subito le province hanno evidenziato l’insostenibilità di prelievi forzosi ai propri bilanci imposti dallo Stato per 3 miliardi a partire dal 2017. Solo perché il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che per legge è anche al vertice della città metropolitana, ha evidenziato il “rosso” del suo bilancio, si è capito davvero che quei conti erano sbagliati, anche se nessuno, ancora, ammette gli errori clamorosi di una riforma che ha solo danneggiato l’organizzazione dello Stato e sottratto servizi ai cittadini, privati dell’adeguata manutenzione di strade e scuole superiori.

Stessa sorte ha riguardato il Corpo forestale. Gli ukaze del giornalismo di inchiesta avevano deciso, senza appello, che i “forestali” fossero troppi e troppo costosi e che il Corpo andava abolito? Pronti. Governo e Parlamento hanno azzerato il Corpo, facendolo confluire nei Carabinieri, col risultato che al primo divampare di incendi (nel 90% dei casi dolosi, a causa dell’assenza non solo di mezzi per spegnerli, ma soprattutto di risorse per prevenirli) si è scoperto che da “troppi” forestali si è passati a “nessun” forestale e che i passaggi burocratici per la successione nella proprietà degli elicotteri a suo tempo in dotazione ai forestali ne hanno lasciato a terra 28 su 32 per giorni e giorni. Con i piromani criminali che ringraziano, soddisfatti dell’assenza di intralci alla loro opera distruttiva.

Si tratta di due esempi (ma, parlando di banche, riforma del lavoro, cancellazione delle tasse sulla prima casa, ve ne sarebbero molti altri) eclatanti della banale osservazione che le “riforme” si possono certamente, e in alcuni casi si debbono fare, ma vanno fatte bene. Con ponderazione, cognizione di causa, conoscenza dei dati, chiarezza degli obiettivi, simulazioni attente dei possibili impatti. Occorrono professionalità e capacità di ascolto. Fretta, furia e conti sommari (nessuna riduzione della spesa pubblica, del debito e del rapporto deficit/Pil è giunta da queste riforme) portano solo ad effetti rovinosi.

Altro insegnamento che occorrerebbe trarre: non si riformano pezzi fondamentali dello Stato, dell’ordinamento giuridico e dell’organizzazione pubblica per inseguire un giornalismo di inchiesta, specializzato nell’individuare casi eclatanti di disfunzioni (che vanno certamente corrette e perseguite), col vezzo, però, di far assurgere detti casi a regola generale, invocando come soluzione, sempre, l’abolizione di tutto: delle province, del Corpo forestale, dei Tar, delle regioni, delle Ulss, delle società partecipate.

Tra l’abolire tutto, lo smantellare l’organizzazione del convivere civile e l’emergere di inefficienze e disfunzioni, ci dovrebbe essere la via di mezzo, del ben governare e realizzare riforme ben fatte. L’inseguimento dei populismi, invece, porta alle conseguenze paradossali di un Paese funestato ogni estate da incendi diffusi, senza più un presidio per spegnerli.

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