Concertando

Luca Cordero di Montezemolo gode certamente di ottima stampa. I successi ottenuti da numero uno della Ferrari lo hanno reso molto popolare in Italia ed all’estero. Il suo legame con la famiglia Agnelli esiste da sempre, ed il suo arrivo alla guida della Fiat rappresenta un grande colpo di teatro ed un altrettanto eclatante evento mediatico, sperando ovviamente che egli riesca a togliere definitivamente Corso Marconi dalle secche. Il suo arrivo alla guida di Confindustria, se da un lato alimenta esercizi teorici sulla conferma del supporto elettorale degli imprenditori dopo l’arrivo alla guida dell’ingombrante Fiat, dall’altro ha scatenato l’entusiasmo di giornalisti e centro-sinistra, che vedono in lui, per motivi diversi, una sorta di nuova icona nazional-popolare. Certo, dopo il quadriennio parolaio e inetto di Antonio D’Amato, quello del neo-collateralismo governativo, dei proclami di guerra sociale e delle altrettanto precipitose “ritirate tattiche”, Montezemolo appare come una salutare boccata d’aria fresca. Ma che messaggio arriva dal super-presidente? Alcune considerazioni di buonsenso in primis, col rischio di scadere nel luogo comune, e di cercare di resuscitare il passato. Il richiamo alla concertazione, ad esempio, che ha suscitato le proteste leghiste. Cosa è stata la concertazione? Lanciata durante il governo Ciampi nel 1993, propedeutica al grande sforzo nazionale di risanamento e convergenza verso i parametri di Maastricht, dopo lo shock dell’uscita della lira dallo SME, nel 1992, e la mega-manovra fiscale del governo Amato (quella del prelievo straordinario su conti correnti ed immobili), la concertazione rappresentò un originale esperimento, la via tutta italiana al risanamento di conti pubblici dissestati, e alla disinflazione in un paese privo di fatto di economia di mercato e da sempre abituato ad assolvere i propri peccati capitali in economia attraverso robuste svalutazioni del cambio. In essenza, concertazione significava chiedere ai lavoratori una forte moderazione salariale, ottenendo in cambio alcune misure di controllo dei fattori inflazionistici, quali prezzi e tariffe amministrate. Ciò permise, come detto, di ridurre l’inflazione verso livelli “europei”, senza dover passare attraverso le forche caudine della ristrutturazione dell’economia e il rispetto dei dettami di una vera economia di mercato, prima vera fonte di disinflazione attraverso la competizione. A distanza di oltre dieci anni, il quadro macroeconomico è profondamente cambiato. Oggi l’ambito delle tariffe pubbliche è certamente più ristretto di allora, i margini di manovra sono ristretti, la moderazione salariale è imposta dal mercato nei settori esposti alla concorrenza internazionale, e nella pubblica amministrazione dall’avversione ideologica alla burocrazia di soggetti come la Lega, avversione peraltro in parte condivisibile, date le patologiche condizioni di partenza del sistema-Italia. Il combinato disposto di queste situazioni ha determinato la fortissima riduzione della quota di valore aggiunto acquisita dal lavoro, a tutto vantaggio dei profitti. I lavoratori avrebbero titolo per rispondere “grazie, abbiamo già dato”, e non sarebbe uno scandalo. L’Italia resta un paese trasformatore di materie prime, a basso valore aggiunto, salvo nicchie d’eccellenza, a incipiente rischio d’estinzione. Ma allora, in cosa consisterebbe la concertazione invocata da Montezemolo? Abbiamo il sospetto che si tratti del tentativo di abbattere il differenziale d’inflazione italiano rispetto agli altri partner europei, ultimo treno per evitare l’inesorabile declino di un paese privato della leva delle svalutazioni competitive. Strategia legittima, nulla da dire, ma ci risulterebbe piuttosto bizzarro vedere il centrosinistra entusiasmarsi per l’ennesimo ridimensionamento dei redditi reali dei lavoratori. Ma forse basterebbe invocare il demonio Berlusconi per indorare anche questa pillola, sull’altare dei poteri forti.

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