Psicodrammi

Dietro la spettacolare implosione del governo Berlusconi (perché di questo si tratta), si possono intravedere alcuni tratti caratteristici di questo paese. Prima di tutto, la tendenza genetica a trasformare in farsa situazioni e istituzioni che altrove funzionano egregiamente. Basti per tutti l’esempio del presunto sistema elettorale maggioritario, il “mattarellum”, che tutto è fuorché maggioritario,con la sua robusta correzione proporzionale nell’assegnazione dei seggi. Questo sistema elettorale favorisce la creazione di coalizioni eterogenee, basate sulla desistenza, a destra come a sinistra. I governi sono ostaggi del potere di veto e ricatto di singole componenti minoritarie della maggioranza, come si nota durante le estenuanti negoziazioni del più importante rito nazional-popolare dopo il festival di Sanremo, la legge finanziaria. Qui assalti alla diligenza, tutele di singoli collegi elettorali, mercimoni di ogni genere partoriscono ogni anno un documento svuotato di qualsivoglia significato di politica economica. Come giudicare una maggioranza ormai arrivata al capolinea, che sulla carta può contare su un vantaggio di oltre cento seggi alla Camera? Certo, Silvio Berlusconi è quello che è: terrorizzato dalla possibilità di non piacere, più incline alla logica parolaia che all’azione politica, passa più tempo a fare la ruota come i pavoni che a tenere ben salde le redini di una maggioranza di cui egli è stato il demiurgo. Ma sull’altro piatto della bilancia abbiamo istituzioni, riti e meccanismi operativi del processo politico che hanno una inerzia che nessuno finora è riuscito neppure a scalfire. Per questo non si può che sorridere quando, da sinistra, si sente dire che Berlusconi è il crudele tiranno che attenta alle nostre libertà fondamentali. Berlusconi controlla i mezzi di informazione, ma non controlla i contenuti dei medesimi. Controlla una vastissima maggioranza parlamentare, ma viene quotidianamente bloccato nei suoi goffi tentativi di modificare riti e miti di un paese fuori dal tempo e dal proprio tempo. Non sappiamo come finirà questa vicenda, abbiamo l’impressione che il governo resterà sotto la tenda a ossigeno fino alla data delle prossime elezioni politiche, siano esse anticipate al prossimo anno o tenute alla scadenza naturale della legislatura, nel 2006. Poi, in omaggio alla caricatura dell’alternanza, Berlusconi sarà sostituito dal guru dell’Appennino, il professor Romano Prodi, con le sue Tavole della Legge ed il suo moralismo da poteri forti, in attesa che il medesimo venga nuovamente abbattuto dalle manovre del Parolaio Rosso Bertinotti.

P.S. vorremmo rimarcare l’atteggiamento di buona parte della stampa rispetto al presunto ultimatum rappresentato dalla presentazione all’Ecofin della manovra correttiva italiana sui conti pubblici. La stampa più schierata con l’opposizione ha presentato la scadenza di lunedì 5 luglio come il giorno del Walhalla, sproloquiando di early warning come si trattasse di una verifica divina, con l’Italia che rischiava la cacciata dalla valle dell’Eden. Proviamo a fare ordine. Sarebbe interessante, in primis, che i giornali facessero un rapido sondaggio per verificare quanta parte dei propri lettori sanno esattamente cos’è l’early warning e cosa implica l’eventuale emissione del giudizio medesimo, magari ricordando che Germania e Francia sono nel quinto anno di sforamento della soglia del tre per cento del rapporto deficit/prodotto interno lordo senza che schiere di angeli sterminatori siano calate sui due sciagurati paesi reclamando i loro figli primogeniti. In secondo luogo, vorremmo che i giornali medesimi ricordassero che l’Ecofin è una istituzione politica, dove i giudizi sono il risultato di mediazioni e negoziati, e non vi è nulla di automatico. In terzo luogo, che la volontà politica europea sta decisamente evolvendo verso la diluizione del criterio di valutazione del rapporto deficit/pil, lasciando alla Commissione europea il compito, prevalentemente statistico, di segnalare gli sforamenti, senza lanciare nessuna fatwa o anatema. Solo Romano Prodi, dall’alto del suo permanente stato confusionale, ha prima definito “stupido” il patto di stabilità e poi fatto ricorso agli organi giurisdizionali europei contro il sostanziale annacquamento del criterio di bilancio, dimenticando (come già fatto per la vicenda irachena) che le leggi seguono l’iniziativa politica ma non possono precederla e vincolarla come un cilicio.