Invasioni di campo

L’articolo 105 della Costituzione recita:

“Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.”

Come definire, allora, la deliberazione del plenum del Csm del 23 febbraio, che ha espresso una posizione di forte contrasto nei confronti di un progetto di legge ancora in discussione da parte del parlamento, la cosiddetta legge Cirielli sulla riforma degli istituti di prescrizione e recidiva?

Non sarà (domanda retorica) che il Csm agisce ed opera come un organo di rappresentanza politica, al di fuori delle proprie attribuzioni costituzionali? Appare poi piuttosto sconcertante il fatto che, nello stesso giorno in cui il plenum definiva “devastanti” e addirittura “criminogeni” gli effetti dell’approvazione della legge, definita dalla pubblicistica di sinistra come “salva-Previti”, il presidente della repubblica, che per attribuzione costituzionale presiede il Csm, abbia ritenuto di indirizzare al Consiglio qualcosa di molto simile ad una censura, lamentando i forti ritardi nelle designazioni dei vertici di molti uffici giudiziari, funzione questa che di fatto dovrebbe rappresentare il nucleo centrale dell’attività del Csm. Verrebbe da commentare che, poiché i plenum sono utilizzati per “deliberare” su materie non previste dalla nostra carta costituzionale, e addirittura per contestare l’attività del parlamento, con ampia evidenza mediatica per suscitare allarme sociale per lo svuotamento delle carceri che tale legge provocherebbe, è evidente che i tempi per far funzionare il Csm secondo le attribuzioni costituzionali diventano ristretti e limitati. Non entriamo nel merito del disegno di legge, se non per evidenziare due punti. Il presidente della repubblica, sempre per attribuzione costituzionale (articolo 74), prima di promulgare una legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione, fatto salvo che, se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata. Quindi la funzione di garanzia del presidente, più volte esercitata nel corso del mandato di Carlo Azeglio Ciampi, dovrebbe essere più che sufficiente a tutelare il rispetto della Costituzione, senza la creazione di una lobby interna alle istituzioni che entri in contrasto e contrapposizione frontale con il Parlamento (altro organo costituzionalmente sovrano e certo non sovraordinato alla magistratura), ponendosi così del tutto al di fuori della nostra Carta fondamentale, così di frequente invocata dalla sinistra e da essa utilizzata come un randello per motivi di pura lotta politica.

Riguardo la legge in discussione sui tempi di prescrizione, abbiamo sinora sentito, da parte dei media, poco o nulla sui punti qualificanti di tale disegno di legge, e sugli impatti che la conversione in legge del medesimo potrebbe esercitare sull’amministrazione della giustizia. Abbiamo però letto una presa di posizione dell’Associazione Antigone, ”per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, nata alla fine degli anni ottanta nel solco della omonima rivista contro l’emergenza promossa, tra gli altri, da Massimo Cacciari, Stefano Rodotà e Rossana Rossanda. Antigone è un’associazione politico-culturale a cui aderiscono prevalentemente magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti e cittadini che a diverso titolo si interessano di giustizia penale. Questa associazione il 2 febbraio ha preso posizione contro la Cirielli, per motivi opposti a quelli illustrati con dovizia di espressioni allarmate ed allarmistiche dal Csm. Per Antigone, infatti, l’approvazione della Cirielli nell’attuale formulazione, provocherebbe un aumento pressoché immediato della popolazione carceraria di circa 20.000 unità, per la drastica riduzione dei benefici nei casi di recidiva, eventualità che oggi che interesserebbe circa l’80 per cento della popolazione carceraria italiana.

Allora, delle due l’una: o il ddl Cirielli serve a rimettere in libertà pericolosi criminali o a far scoppiare le carceri, causando un drammatico giro di vite e uccidendo la speranza della riabilitazione e del reinserimento in società. Aspettando l’approvazione della legge, i giornalisti, in magna pars, si limitano all’abituale frastuono, ignorante e non del tutto disinteressato.