I tacchini ed il Thanksgiving

Giorni addietro, nel corso di una puntata di Otto e mezzo dedicata al tema del trasformismo nella politica italiana, Paolo Cirino Pomicino ha espresso alcuni concetti ampiamente condivisibili (ohibò!). Pomicino, che è stato di recente espulso dal partito etnico di Clemente Mastella, ma che continua a dirsi orgogliosamente democristiano, e in quanto tale iscritto all’eurogruppo parlamentare del Partito Popolare, ha richiamato le nuove anomalie italiane: “Ve lo immaginate, voi, se in Germania esistessero due partiti, o coalizioni, uno denominato ‘Forza Germania’ e l’altro ‘Uniti nel cipresso’? Senza alcun richiamo ad una delle grandi correnti politiche che altrove in Europa restano punto di riferimento imprescindibile per schieramenti e coalizioni”? Crediamo che Pomicino abbia colto nel segno: in Italia, nessuno dei quattro principali partiti politici supera il 20 per cento dei consensi. Esistono due coalizioni nominali, caratterizzate da forte competitività e disomogeneità ideologico/programmatica interne. Queste coalizioni appaiono la conseguenza “necessaria” del mattarellum, un’aberrante ed aberrata legge elettorale fintamente maggioritaria, che favorisce aggregazioni ex ante, sulla base di prevalenti desistenze, e divisioni ex post, basate sul potere di ricatto dei partiti minori.
Entro queste coalizioni posticce operano partiti sorti dalle macerie di Mani Pulite e del Muro di Berlino, dopo gestazioni spesso prive di una reale elaborazione identitaria, che li ha portati ad individuare le proprie radici ideali un po’ ovunque, dal liberalismo ad Antonio Gramsci (talvolta compresenti…), e che li ha portati a compiere delle scelte di campo sulla base di pregiudiziali ideologiche piuttosto rozze e comunque più tipiche di sistemi politici decisamente immaturi.

Nessuna meraviglia per quanto sta accadendo in questi giorni: da un lato, Francesco Rutelli si oppone, quasi fisicamente, alla lista unica dell’Ulivo nella quota proporzionale, entrando in rotta di collisione con l’ala prodiana della Margherita, mentre Silvio Berlusconi sta intensificando il pressing sui suoi riottosi “alleati” per giungere, prima dell’autunno, alla definizione di un soggetto politico unitario del centrodestra. Da una parte e dall’altra, l’impressione generale è che siano in opera dei tatticismi che tuttavia poggiano su una comune visione strategica di base: l’attuale assetto politico italiano è del tutto provvisorio, e si attende un “evento” tale da modificarlo in modo profondo, un trauma di portata comparabile a quelli del 1989 e 1992.

Le incoerenze di posizionamento ideologico delle coalizioni italiane sono peraltro del tutto evidenti in sede di parlamento europeo: basti ricordare che alle ultime elezioni europee, che avvengono sulla base di un sistema proporzionale puro, l’Ulivo si è presentato con simbolo e lista unitari, ma ad oggi parte dei suoi eletti siedono nelle fila del gruppo socialista, altri in quelle dei popolari, altri tra i liberaldemocratici. Non esattamente un’operazione-verità nei confronti dei propri elettori, per citare una delle espressioni di più recente adozione da parte del moralismo prodiano.

Anche tra le fila del centrodestra, il tentativo di Berlusconi di aggirare il mattarellum, sembra destinato alla sconfitta, anche per il timore degli alleati di essere fagocitati ed egemonizzati dalla struttura e dal personale politico di Forza Italia, e certo questo tentativo di semplificazione ed omogeneizzazione del quadro politico non è agevolato dalle continue boutades del premier, che sembra divertirsi (beato lui) a giocare con gli effetti-annuncio (“non sono indispensabile”, “separiamo le leadership”, “sono stato frainteso”, “scherzavo”).

L’altro elemento che congiura a preservare lo status quo è l’attesa, sempre meno dissimulata, del tramonto del berlusconismo e della conseguente dissoluzione di Forza Italia, che metterebbe in moto potenti forze di riaggregazione, trasversali ai due schieramenti. Da qui, oltre che da più che evidenti disomogeneità ideologiche interne ai due schieramenti, l’esigenza di preservare il proprio brand name. La politica è e resta soprattutto un mercato, necessita quindi di un marketing e di iniziative per preservare il proprio “goodwill“, inteso come avviamento patrimoniale, in attesa di massimizzarne il valore in caso di transazioni e mercimoni vari.

Cosa potrebbe affrettare la trasformazione del sistema politico italiano in senso di maggiore “accountability“, e minore “free riding“? Siamo tentati di scommettere su un potente trauma esterno, una sorta di Big One, come il leggendario sisma che dovrebbe radere al suolo Los Angeles, di cui si favoleggia da decenni. Come la crisi economica strutturale di cui il paese sta iniziando solo ora a prendere coscienza. Il passato (ed innumerevoli commissioni bicamerali e di “saggi”) ha dimostrato che il sistema politico italiano è irriformabile in “tempo di pace”.

Post pubblicato su Ideazione.com

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