Mosche cocchiere

Su LaVoce.info appare un solenne ed inacidito “appello” della redazione al ministro dell’Economia, Siniscalco. Più che di un appello, si tratta di un esplicito invito a dimettersi. Fin qui, non si tratta di un avvenimento destinato a lasciare profonde tracce nelle nostre esistenze. In Italia, per tradizione ancestrale, l’iniziazione alle tecniche dialettiche e retoriche avviene di norma chiedendo le dimissioni di qualcuno, come insegna l’unità primigenia di socializzazione politica del nostro paese, il condominio, dove abitualmente si svolge il rito di passaggio della richiesta di dimissioni dell’amministratore. Quello che tuttavia colpisce è il tono dell’”appello”, molto simile ad un anatema, e le argomentazioni utilizzate. Si parte con un incipit da Fine dei Tempi:

Si riapre pericolosamente lo spread fra Btp e Bund e, con la decisione Eurostat, il rapporto fra debito pubblico e Pil torna ad aumentare dopo 10 anni. Ci vorrebbero mani salde alla conduzione della politica economica. Ma non c’è spazio per i tecnici in questo governo. E non c’è controllo democratico su chi davvero decide. Inquietante.

E si sviluppa il tema, peraltro con scarsa coerenza:

Tanti episodi portano a una sola conclusione: in questo esecutivo un ministro tecnico serve ormai solo a impedire il controllo democratico degli elettori e a coprire di fronte ai mercati scelte di politica economica avventurose. Siniscalco non solo non ha oggi il potere di stabilire l’agenda di politica economica, ma neanche quello di veto. Altri sembrano decidere per lui. Ne risente anche la qualità degli interventi, come si preannuncia per l’Irap e come è già accaduto con la riforma dell’Irpef.

Ma nello specifico, cosa sarebbe il “controllo democratico degli elettori”, esercitato per giunta su un singolo ministro, il cui peccato originale sarebbe quello di essere un famigerato “tecnico”? L’espressione “controllo democratico” ha una precisa caratterizzazione, sempre moralmente ed antropologicamente superiore. A noi ricorda l’antifascismo professionale militante, quello che invoca la “vigilanza democratica” per impedire atti eversivi compiuti dal malvagio Potere, che di solito si identifica con l’ascesa al governo (che in questi casi è sempre moralmente illegittima, perché i voti si pesano e non si contano: è la dottrina-Cuccia applicata, con valenze antropologiche, alla politica) di chiunque non abbia cromosomi progressisti. E’ un po’ come il florilegio di sigle generate nei decenni da quello schieramento ideologico: Magistratura Democratica, Genitori Democratici, Psichiatria Democratica. A noi non è mai stato chiaro se questa aggettivazione sia stata scelta per differenziarsi da una qualche forma di fascismo (spesso occulta, talvolta amichevole, ma sempre di fascismo si tratta) che alligna geneticamente negli schieramenti avversari, o se si tratti, più banalmente, del trademark delle repubbliche popolari di sovietica memoria. Discorso del tutto analogo per l’aggettivo “inquietante”, che anni addietro era il mantra della direzione del Tg3 targata Sandro Curzi, quella dell’ubriacatura giustizialista e dell’orgia cospirazionista contro il “Popolo??.

Tornando alla fatwa emessa dai nostri vocianti economisti, a noi sembra che il “controllo democratico” si eserciti in capo alla coalizione di governo ed al programma che la stessa presenta agli elettori, non in capo a singoli ministri. A chi pensa che Siniscalco dovrebbe difendere con le unghie e con i denti una non meglio identificata ortodossia di politica economica, magari stabilendone autonomamente l’agenda rispetto ad un patetico organo, collegiale e vagamente “democratico”, quale è il Consiglio dei Ministri, suggeriamo di andare a rileggersi le tristissime pagine scritte dall’ultimo Guido Carli, ministro del Tesoro nel sesto governo Andreotti, ridotto (lui sì) a fare la foglia di fico di decisioni assurde e patetiche, che immaginavano di contenere il deficit pubblico aumentando il prezzo delle sigarette, e che posero solide fondamenta per l’implosione dell’uscita della lira dallo Sme, con tutto quello che ne conseguì. Carli, poi, era peraltro quel governatore della Banca d’Italia che, da via Nazionale, disse che un istituto d’emissione che avesse contrastato la politica economica del governo, si sarebbe macchiato del delitto d’eversione, con buona pace dell’autonomia che dovrebbe essere garantita dal mandato a vita del governatore.
Siniscalco qualche piccolo merito ce l’ha: ad esempio, ha detto a chiare lettere (ma forse era un’affermazione necessitata) che la stagione dei condoni è terminata. Noi non crediamo, poi, che i mercati si facciano raggirare da un incantatore di serpenti quale, secondo La Voce, sarebbe Siniscalco. Chi, come noi, ha anche solo un minimo di dimestichezza con i mercati finanziari, sa molto bene che i medesimi hanno un sovrano disinteresse per le operazioni di copertura politica di misure di policy non virtuose.

Non stiamo minimizzando la gravità dell’attuale condizione dell’economia italiana, non l’abbiamo mai fatto e mai lo faremo. A Siniscalco ed alla sua coscienza è rimessa la valutazione circa l’utilità della sua presenza (e permanenza) in un governo nella cui azione noi, al momento, non vediamo nessun riformismo, né forte né debole. Ma questo anatema suona decisamente stonato, perché troppo interessato e fondato sulle abituali acrimonie accademiche. Circa il fatto che LaVoce (di cui condividiamo molte analisi, diagnosi e prognosi sull’economia italiana, quelle fondate su equilibrio e liberalismo) tenda a schierarsi con il centrosinistra, nulla di nuovo. La poderosa rete di relazioni di quello schieramento viene, in questo specifico caso, amplificata dalla eclatante assenza di esponenti accademici liberali e liberisti (salvo le “riserve indiane” in cui sono confinati i Martino e i Brunetta) nelle fila del centrodestra, il cui scollamento (al limite dell’assoluta estraneità) dalla leggendaria (ma spesso strategica) società civile è sotto gli occhi di tutti. Ma il rischio, per le velleità da mosche cocchiere degli economisti de LaVoce, e di altri rispettabili think tanks nostrani, è quello di risvegliarsi non su una confortevole e prestigiosa poltrona alla destra del Principe, ma su uno scomodo ed angusto strapuntino di ultima fila nel teatro di Palazzo Chigi. Cosa di cui, tempo addietro, si è accorto persino l’ottimo Tito Boeri.