Greenspan, fu vera gloria?

Tra pochi giorni Alan Greenspan lascerà la Federal Reserve, che ha guidato negli ultimi 18 anni, durante i quali è stato indiscutibilmente l’uomo più potente del pianeta, almeno in ambito economico: i comunicati del Federal Open Market Committee, al termine della periodica riunione di determinazione dei tassi d’interesse, sono stati analizzati e scandagliati, sul piano sostanziale e linguistico, talvolta con effetti surreali. Bastava la presenza o l’assenza della parola “accommodative” a definire l’orientamento di politica monetaria, o dell’espressione “measured pace” ad indicare la velocità di crociera della restrizione monetaria, per mandare in panico i mercati finanziari, o per scatenare un loro rally. Ma fu vera gloria?

Greenspan è noto per essere stato, in gioventù, fedele discepolo di Ayn Rand. Egli fu l’autore del capitolo “Gold And Economic Freedom“, nel libro fondamentale della Rand, “Capitalism: The Unknown Ideal”. In quel testo, Greenspan argomentava in materia monetaria da un’ottica misesiana: l’inflazione è un fenomeno puramente monetario, che conduce alla confisca della ricchezza ed alla destabilizzazione del ciclo economico. Solo lo standard aureo avrebbe protetto i cittadini dalle pulsioni predatorie dello stato. Per questo motivo, e per la sua antitesi, gli statalisti definiscono lo standard aureo una “reliquia barbarica”.

Quando Greenspan divenne presidente della Fed, Murray Rothbard ammonì che da lui non ci si sarebbero dovute attendere rilevanti differenze rispetto ai suoi predecessori, citando alcuni episodi del passato del chairman della Fed, quale il supporto alle politiche del presidente Gerald Ford, che inaugurò la stagione del finanziamento della Social Security attraverso l’aumento dei contributi prelevati dalla busta-paga.

All’inizio della sua presidenza, Greenspan sosteneva che una gestione sana della politica monetaria avrebbe dovuto riprodurre il funzionamento di un sistema aureo. Da tale affermazione sarebbe dovuta discendere una crescita della massa monetaria tendenzialmente allineata all’incremento dello stock di oro. Ora, è noto che l’offerta globale di oro tende storicamente a crescere dell’1-2 per cento annuo. Questo sarebbe dovuto essere, quindi, il tasso di crescita dell’offerta di moneta. Invece, dall’agosto 1987 (quando Greenspan divenne presidente) al novembre 2005, la base monetaria è cresciuta da 233.5 a 782.5 miliardi di dollari, un incremento totale del 235 per cento, cioè del 6.8 per cento su base annua. Non esattamente la simulazione dello standard aureo: la crescita dell’offerta di moneta ha ampiamente ecceduto la crescita dell’offerta di oro.

A ciò occorre poi aggiungere l’effetto dell’azione della Fed sulle aspettative dei mercati, che vengono manipolati non solo attraverso l’offerta di moneta ma anche, ed in modo certamente più sottile e non meno pervasivo, attraverso la formazione di aspettative sulla variazione della politica monetaria. E’ una forma di moral hazard: se i mercati si attendono che, in caso di difficoltà finanziarie, vi sarà l’intervento salvifico delle banche centrali, che inietteranno liquidità nel sistema per impedire l’effetto-contagio di fallimenti a catena, vi sarà la tendenza ad accentuare la propria propensione al rischio, destabilizzando ulteriormente il sistema ed incentivando gli investitori ad alimentare bolle speculative. E proprio Greenspan vanta una lunga serie di interventi di salvataggio, che in realtà appaiono come il rimedio perverso a bolle speculative create da precedenti interventi di salvataggio: dal crollo azionario dell’ottobre 1987, alla crisi delle Savings and Loans, le casse di risparmio statunitensi, a inizio anni Novanta; alla crisi asiatica del 1997; ai timori per il “millennium bug”; al collasso di LTCM, l’hedge fund dei premi Nobel, alla bolla dell’high-tech all’inizio del 2000; fino ai nostri giorni, con i motivati sospetti sullo sviluppo di una bolla immobiliare, ottenuta ancora una volta attraverso la soppressione dei tassi d’interesse e la promessa di fornire ampia liquidità al sistema, in caso di problemi.

In tal modo, l’offerta di moneta cresce inesorabilmente. Le conseguenze di questo corso di azione sono eclatanti: da agosto 1987 a novembre 2005, invece di diminuire per effetto dell’espansione della produzione, l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto del 74 per cento, una media annua del 3.1 per cento. Aggiungendo a questo dato, immediatamente visibile, quello dell’inflazione immobiliare si giunge ad avere un’idea di massima della perdita del potere d’acquisto del dollaro nel periodo, cioè del materializzarsi di quella “confisca di ricchezza” di cui Greenspan scriveva nel 1966. Inoltre, l’illusoria ricchezza cartacea prodotta dall’espansione monetaria ha indotto le famiglie a ridurre i risparmi ed aumentare il proprio stock di debito: il tasso netto di risparmio nazionale è passato, nel periodo in esame, dal 4.5 all’1 per cento (nel quarto trimestre 2005 esso è stato negativo, a causa dei danni prodotti dall’uragano Katrina). Nel contempo, il debito delle famiglie è passato dal 77 per cento del reddito disponibile al 121 per cento. Il debito ipotecario, in particolare, è cresciuto dal 51 al 91 per cento del reddito disponibile. Ciò ha avuto anche l’effetto collaterale di innalzare il deficit delle partite correnti dal 3.5 a circa il 7 per cento del prodotto interno lordo perché tutto si tiene, in caso ci si fosse scordati di questa banale verità.

Ma Greenspan, lungi dall’ammettere le proprie responsabilità, ha preferito ricorrere ad espedienti dialettici: dapprima ha parlato di “esuberanza irrazionale” dei mercati azionari, nel tentativo di contenerne l’ascesa, sospinta dall’abbondante liquidità da egli creata; poi ha negato l’esistenza della bolla immobiliare, salvo poi confermarla nelle audizioni davanti al Congresso, e tentando l’abituale, goffa moral suasion per disinnescare la mina. Non male per l’uomo che ambiva a replicare lo standard aureo. La sgradevole verità è che Greenspan si è sempre schierato con il potere politico, e non con la tutela della ricchezza reale dei cittadini. Partendo dal presupposto della sua conoscenza dei precetti della Scuola Austriaca, la conclusione a cui si giunge è che egli abbia dato ampia prova di disonestà intellettuale. Cioè del principale “strumento di lavoro” della classe politica, a cui il tempo galantuomo finirà con l’assimilare la sua figura.

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