Welfare e immigrazione in Europa: quale modello

Nei flussi di immigrazione internazionale si è ormai affermata una chiara tendenza. Gli Stati Uniti attraggono il 54 per cento dei lavoratori a maggiore qualificazione, mentre l’Unione Europea attrae l’84 per cento dei lavoratori privi di specializzazione. Come abbiamo già evidenziato, nel lungo periodo ciò è un male per l’Europa, perché i lavoratori privi di specializzazione tendono a drenare risorse di welfare, mentre i lavoratori qualificati tendono a contribuire alla produzione di gettito fiscale.
Per contrastare questa tendenza, il commissario alla Giustizia ed Immigrazione, Franco Frattini, e quello all’Occupazione, Vladimir Spidla hanno presentato, alla fine dello scorso dicembre, un progetto di direttiva mirata ad armonizzare la politica dell’immigrazione.

Secondo tale progetto, gli immigrati extracomunitari ad alta specializzazione professionale avrebbero titolo per richiedere un permesso di soggiorno valido per ricercare un’occupazione su tutto il territorio dell’Unione Europea. L’idea ha qualche merito, in termini di ricomposizione qualitativa dei flussi di immigrazione (anche se solleva il problema speculare del brain drain dai paesi emergenti), ma presenta comunque due criticità. In primo luogo, tende a presentare il controllo centralizzato delle politiche dell’immigrazione come lo strumento per giungere ad un’Unione “sempre più coesa”, il che ci sembra una direzione sbagliata per l’Europa. Il secondo problema è relativo alla mancata comprensione della causa sottostante al pattern migratorio internazionale: il modello europeo di welfare, segnatamente la sua versione scandinava, dove una elevata pressione fiscale (diretta e contributiva) rappresenta un disincentivo all’offerta di lavoro ed un incentivo ad attrarre flussi migratori dalle ridotte skills professionali. Solo dopo aver ridefinito la filosofia generale di welfare in Eurolandia sarà possibile evolvere verso una Green Card europea di gestione integrata e centralizzata dei flussi migratori, attraverso l’utilizzo di una fast track per gli immigrati a maggiore qualificazione professionale, introducendo per gli altri un permesso pluriennale ad ingressi multipli, che consenta ad esempio ai lavoratori stagionali agricoli ed a quelli del settore delle costruzioni di tornare nei propri paesi al termine del periodo di lavoro, sapendo che in seguito potranno rientrare legalmente in Europa. Ciò servirà ad evitare l’ingresso di tali lavoratori nei circuiti della clandestinità e del sommerso.

Nel frattempo, i paesi dell’Unione si muovono in ordine sparso sul tema, ma con il comune denominatore della necessità di procedere a verifica delle compatibilità culturali, oltre che di quelle economiche. Così, la Danimarca ha deciso di ridurre drasticamente il flusso di immigrazione dai paesi del terzo mondo, a causa degli esorbitanti costi di welfare che tali flussi implicano. Secondo una simulazione governativa, in caso di blocco totale di questa tipologia di immigrazione, i tagli al welfare necessari per tenere in equilibrio i conti pubblici si ridurrebbero del 75 per cento nei prossimi decenni. Sotto la spinta del Partito Popolare, alleato del premier Rasmussen, il governo ha già iniziato a ridurre drasticamente i permessi per motivi umanitari, ed a restringere gli standard di accoglimento dei richiedenti asilo ed i ricongiungimenti familiari. Certamente esiste un problema economico: solo il 46 per cento degli immigrati è occupato, contro il 73 per cento dei danesi. Ma esiste anche un problema culturale di inserimento nella società, come testimonia il fatto che il 60 per cento dei giovani immigrati abbandona la frequenza delle scuole superiori. A conferma della criticità dei temi dell’integrazione, la responsabile del ministero danese per l’Integrazione, l’immigrazione ed i rifugiati, ha affermato che gli immigrati dovrebbero, in alcuni casi, lasciarsi alle spalle alcuni valori culturali di provenienza. Un riferimento nemmeno troppo velato ai problemi di autosegregazione di alcune comunità di immigrati, causato dal rigetto dei valori più occidentali (ed umanistici) delle nostre società. La sintesi di queste problematiche è piuttosto lineare: si all’integrazione culturale ed economica, no all’autosegregazione, peraltro “finanziata” con il welfare deresponsabilizzante della vecchia Europa, che ci ha già regalato gli assassini di Aldgate. Due temi (riforma del welfare e gestione dei flussi migratori) rispetto ai quali la sinistra italiana mostra tutto il proprio drammatico ritardo culturale, continuando a ripetere ossessivamente il mantra buonista dell’accoglienza indiscriminata, priva di una seria verifica delle compatibilità economiche e culturali. Ma soprattutto coltivando il proprio obiettivo strategico, quello dell’acquisizione di nuovi clientes (e tessere, sindacali e di partito), in un paese soffocato da presunti “diritti” ed ormai prossimo al collasso per carenza di risorse fiscali.