La psicopolizia colpisce ancora

L’ormai ex ministro Calderoli è stato iscritto d’ufficio nel registro degli indagati della Procura di Roma, con l’ipotesi di reato di offesa a confessione religiosa mediante vilipendio. Piuttosto bizzarri gli articoli del codice penale invocati quali ipotesi di reato: “offesa alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose” (art. 404 cp) e “delitti contro i culti ammessi nello Stato” (art. 406 cp). Si tratta della vecchia normativa, che distingueva l’offesa alla religione dello Stato (punita con la reclusione da uno a tre anni) da quella ai culti ammessi (con pena minore fino a due anni). A giorni, però, dovrebbe essere pubblicata la riforma dei reati di opinione che contempla, tra l’altro, proprio l’offesa a una confessione religiosa, ma limita la pena a una multa da mille a cinquemila euro. Cosa c’è di meglio e di più tempestivo di una cara, vecchia sana forzatura delle leggi da parte dei sacerdoti del politically correct a senso unico? A quanto pare, in questo paese la Legge Mancino e tutta la legislazione che punisce l’incitamento all’odio etnico e religioso (che già di per sé operano sul crinale scivoloso dei reati d’opinione) sembrano avere modalità di applicazione del tutto asimmetriche. Ciò deriva dal fatto che abbiamo un corpus legislativo inadeguato alle nuove emergenze internazionali, o al ben noto bias dell’altrettanto nota magistratura militante? In fondo, la legge deve costantemente essere “reinterpretata” per poter incidere sulla società, questo è il caposaldo del pensiero strategico di Magistratura Democratica (e non solo), e qualche piccola forzatura è del tutto veniale rispetto al glorioso cammino verso il costruttivismo…

Ma è parimenti meritevole di segnalazione il fatto che in questo paese vi siano molti cittadini giustamente preoccupati per la nostra politica estera: altre denunce contro Calderoli sono state presentate da una sedicente “Lista dei consumatori” (sempre per vilipendio) e da tal avvocato Tommaso Mancini per “atti ostili verso uno Stato estero che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra”. Che dire? Prendiamo atto che in Italia vi sono dei non meglio identificati “consumatori” che badano più ai reati d’opinione che all’introduzione della concorrenza sui mercati e ci complimentiamo con l’avvocato Mancini, che ritiene che la discutibile iniziativa di Calderoli rappresenti un atto ostile contro la Libia, al pari degli atti di guerra contro le rappresentanze diplomatiche europee nei paesi islamici. Fossimo in lui, presenteremmo una denuncia a carico di Calderoli anche per strage e genocidio, sommando al conto le 45 vittime nigeriane e le 15 di Bengasi.

Ma dev’essere come dice Prodi: ci saranno conseguenze negative per il paese. Più o meno simili a quelle a cui veniamo esposti quando qualche intellettuale progressista, con le immancabili toghe di complemento, legittima gli attacchi terroristici ai nostri connazionali, presenti in Iraq in applicazione di una risoluzione Onu.

UPDATE: il vaso di Pandora libico si è aperto. Come scrive Francesco Battistini del Corriere,

Ma tutti qui conoscevano lo Jyllands-Posten, il giornale danese che ha pubblicato i disegni blasfemi, anche per un’altra ragione: nel 2003, un articolo irridente sull’allegra vita di Gheddafi junior a Copenaghen aveva quasi provocato una rottura delle relazioni con la Danimarca.

Nulla di nuovo sotto il sole: l’uso strumentale della fede per mantenere in respirazione assistita una dittatura clinicamente morta. L’Internazionale integralista è già pronta: il modello Hamas sta per essere esportato. Perché val più la fame che tanti sofismi teologici e laici. Ma per Romano Prodi, il primo esponente della conservazione italiana, bisogna cambiare i rapporti con i paesi del Mediterraneo e del mondo arabo, “semplicemente recuperando le direttrici tradizionali della politica estera italiana”. Che tradotto, vuol dire sostegno alle dittature della regione, e taciti accordi con le organizzazioni terroristiche che usano il territorio italiano come base logistica in Europa, avendone in cambio la garanzia dell’immunità. Questa era la “tradizionale” politica filoaraba, “naturalmente” anti-israeliana, di Moro e Andreotti, che fu infranta dalla strage di Fiumicino, il 27 dicembre 1985.

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