La nuova cortina di ferro

Quando otto paesi dell’ex impero sovietico entrarono nell’Unione Europea, nel maggio 2004, la retorica prevalente parlava di fine delle divisioni storiche. Oggi, gli attriti tra Est ed Ovest Europa si stanno moltiplicando. Una nuova cortina di ferro sta calando sul continente: la precedente era politica, la nuova è economica. I paesi dell’Europa occidentale mostrano crescenti reazioni protezionistiche nei confronti degli ultimi arrivati, i quali ricambiano mostrandosi sempre più insofferenti verso norme che, nominalmente, dovrebbero essere frutto di valori condivisi. Sta divenendo sempre più evidente che l’approccio centralista ed integrazionista dell’Unione Europea avrà crescenti problemi a tenere uniti due blocchi economici che tendono a muoversi in direzioni opposte.

Ad esempio, dapprima Polonia, Repubblica Ceca e Cipro hanno bloccato una proposta di modifica delle aliquote iva relative al settore delle costruzioni e ad alcuni servizi. Secondo la normativa comunitaria vigente, l’aliquota minima delle imposte indirette è del 15 per cento, e le deroghe devono essere approvate all’unanimità. Poi, la Polonia ha iniziato ad opporsi all’acquisizione di una delle principali banche del paese da parte di Unicredito, nell’ambito della fusione con la tedesca Hypovereinsbank, malgrado l’approvazione dell’operazione da parte dell’antitrust europeo. Ad Ovest, soprattutto per voce di Francia e Germania, si stanno moltiplicando le prese di posizione contro quella che viene definita la “rovinosa concorrenza fiscale”: Nicolas Sarkozy, all’epoca in cui era ministro delle Finanze di Parigi, aveva proposto la fissazione di un’aliquota minima di tassazione del reddito delle società: scelta assai poco compatibile con l’aliquota zero dell’Estonia, ed il più generale sistema di flat-tax nella tassazione del reddito delle persone fisiche. Nel frattempo, si registrano crescenti ritardi negli adempimenti relativi all’avvicinamento all’euro da parte dei paesi di nuovo ingresso nell’Unione. Ad ovest, solo Svezia, Regno Unito ed Irlanda hanno concesso permessi di lavoro senza particolari restrizioni ai cittadini dei paesi nuovi membri.

L’ultimo schiaffo ai paesi dell’Est Europa viene dall’annacquamento e dalla sostanziale dissoluzione della fu-Direttiva Bolkestein sulla prestazione transfrontaliera di servizi. Eliminato il principio del “paese d’origine” nella regolamentazione dell’attività del prestatore di servizi, ridotto drasticamente l’ambito di applicazione della direttiva, con l’esenzione di servizi sociali, sanitari, di trasporto, sicurezza e agenzie di lavoro temporaneo. Il nulla ha prodotto il vuoto, al termine di un funesto compromesso tra Popolari e Socialisti (anche qui, nulla di nuovo sotto il sole), con la partecipazione di alcuni esponenti del gruppo liberaldemocratico, tra cui gli italiani della Margherita. Secondo la relatrice del progetto di direttiva, la socialista tedesca Evelyne Gebhart:

“We managed to turn this directive upside down. We managed to focus on the social protection of our citizens.”

Concetto poi ribadito nel proprio sito web dove, in un evidente crescendo di nichilismo, la Gebhart riesce a felicitarsi con se stessa per “aver tolto i denti al mostro”:
(“Es ist uns gelungen, dem ‘Monster’ Dienstleistungsrichtlinie die Zähne zu ziehen”).

Il differenziale di produttività e di crescita economica tra Stati Uniti ed Area Euro appare, in misura rilevante, frutto dell’insufficiente liberalizzazione dei servizi nel nostro continente, e della frammentazione economica dell’Area. Il Mercato Unico non esiste ancora, forse non esisterà mai, ma riusciamo lo stesso ad essere soddisfatti di aver piantato un altro chiodo alla nostra bara.
Oggi, nel Parlamento Europeo, i deputati liberisti sono una specie a rischio d’estinzione, più rari del Panda Gigante cinese. La classe politica europea ha deciso di gestire l’eutanasia del continente ricorrendo ad una burocrazia psichedelica, come ricordato giorni fa sul Wall Street Journal dall’eurodeputato-panda Graf Alexander Lambsdorff, liberale tedesco:

Every day, businesses and consumers in Europe are losing out because discriminating and burdensome red tape hinders the free provision of services across the Continent. In France, technicians need to be registered five days in advance, making it impossible for competitors from neighboring countries to fix a heating system or an elevator on short notice. Efficiency? In Rome and Athens, foreign tour-guides are not allowed at historic sites. Fairness? A German food delivery service could not sell its products in Luxembourg because it did not have a permanent establishment in that country. Competition? If you transport food in Belgium, your car has to have a Belgian license-plate. Flexibility? In Germany, the set of rules regulating craftsmen are reminiscent of the medieval guild system — an arcane, inefficient and protectionist body of law that serves as a very solid barrier to market entry for both domestic and foreign competitors.”

Appare tuttavia del tutto evidente che i nuovi membri dell’Unione Europea hanno la forte volontà politica, finora supportata dal consenso popolare, per respingere ogni tentativo di vedersi imporre da Bruxelles vincoli quali il rialzo delle imposte, essendo impegnate a costruire delle economie di mercato libere e competitive. Oggi, quindi, si fronteggiano nell’Unione Europea due blocchi economici contrapposti: uno ad alta tassazione, elevata regolamentazione e bassa crescita. L’altro a bassa pressione fiscale, scarso interventismo e regolamentazione pubblica, ed elevata crescita. I due blocchi si trovano inoltre in differenti fasi del proprio sviluppo: uno vuole costruire nuovi centri di potere economico, l’altro vuole preservare i vecchi, peraltro ormai fatiscenti. Ma soprattutto, il problema è politico: la strategia di integrazione di realtà economiche molto disomogenee per potenziale di crescita richiederebbe uno sviluppo dell’Europa come confederazione liberoscambista, non certo come monolite politico, che tende a frenare le aspirazioni di decollo economico dei paesi a minor reddito. Un’Europa modellata sul discutibile principio del “one size fits all” è destinata a subire crescenti tensioni tra i propri membri, dalle quali potrebbe derivare il collasso dell’intera struttura.

Come i britannici sperimentano da circa tre decenni, è difficile adattarsi nell’Unione Europea quando non se ne condivide la cultura politica di base. Ma dovrebbe essere chiaro che il tentativo di porre vincoli alla crescita economica del blocco orientale, idea che annovera tra i propri più convinti sostenitori anche Romano Prodi, è destinato a produrre l’implosione della costruzione europea. In fondo, i paesi dell’Est Europa sono già riusciti una volta ad emanciparsi da un blocco economico fallito.