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Chi ha avuto finora la pazienza di seguire Phastidio, sa che non amiamo le atmosfere da curva contro curva. Tra poche ore, nel segreto dell’urna, si fronteggeranno due coalizioni: una di chiaro stampo dirigista, statalista, con elevata propensione ad utilizzare la leva dell’inasprimento fiscale in chiave prevalentemente ideologica. Una coalizione rissosa, il cui unico collante è l’odio classista per Silvio Berlusconi. Una coalizione che ha in sé una componente egemone rappresentata dall’estrema sinistra e dalle sue suicide ricette economiche collettivistiche; una coalizione che preferisce la redistribuzione allo sviluppo, e che per questo stesso motivo s’inscrive a pieno titolo nel mainstream della bancarotta morale e finanziaria del welfare della Vecchia Europa. Una coalizione i cui eletti ed elettori esprimono ad ogni occasione disprezzo venato di razzismo per gli elettori dell’altro schieramento (a questo proposito, dispiace che il premier abbia voluto seguire questa infelice linea di tendenza dell’insulto diretto all’elettorato avversario, dalla quale si era finora meritoriamente tenuto lontano). Un cartello di partiti legato a doppio filo agli autentici poteri forti che da sempre condizionano i destini di questo paese: Confindustria e centrali sindacali. Una coalizione talmente bizzarra da non riuscire ad esprimere il proprio front runner nella persona del segretario politico del principale partito, e da essere costretta ad inventarsi il simulacro di un’investitura popolare per un vecchio arnese della Prima Repubblica, con abituale grancassa mediatica di complemento a spiegarci che si, quello è stato un momento storico per la democrazia.

Dall’altra parte, abbiamo uno schieramento che ha dilapidato un enorme capitale politico e di credibilità. Che ha perseguito in cinque anni una politica suicida di reiterazione di misure fiscali una tantum; che non ha compreso che quella italiana è una crisi strutturale, e come tale va affrontata; che ha continuato a profondere ottimismo a piene mani, anche quando i dati macroeconomici erano del tutto sfavorevoli come gli ultimi, inquietanti dati Istat sui conti della Pubblica Amministrazione nel quarto trimestre 2005, con l’evaporazione del già esiguo avanzo primario, ed il deficit tendenziale al 4.4 per cento. Una coalizione che non ha assunto nessuna iniziativa strutturale per contenere l’espansione della spesa pubblica; che non ha ritenuto di varare nessuna vera iniziativa di liberalizzazione, paralizzata dai veti incrociati delle corporazioni professionali; che in alcune proprie componenti manifesta una pulsione patologica per il corporativismo ed un’insana passione per la spesa pubblica clientelare.

Due sommatorie di partiti, ognuna delle quali definisce se stessa più per negazione antitetica dall’altra, che per compiuta adesione culturale ad una delle grandi correnti di pensiero politico contemporaneo.

Come andrà a finire? Noi un’idea ce la siamo fatta. Vittoria di Prodi, disintegrazione della sua coalizione al momento dirimente delle grandi scelte di politica economica per il paese, la legge Finanziaria. E dopo? Una Terza Repubblica, con leader politici magari quarantenni-cinquantenni e nessuna ingerenza della magistratura nella determinazione del ricambio generazionale della classe politica? Non siamo così ottimisti. Non riusciamo a guardare così in là.

Abbiamo avuto una campagna elettorale urlata, e questo di per sé non sarebbe neppure un crimine. Quello che è indice di irresponsabilità politica è l’assoluta neghittosità dei due schieramenti nel voler rivelare come affrontare e spezzare la dinamica della spesa pubblica. Da un lato, si preferisce la rapidità d’azione della leva fiscale, dimenticando o fingendo di dimenticare che questa è la strada più rapida e confortevole per giungere a soffocare l’economia, mentre è certamente la strada più breve per estinguere la propria sete di rivincita ideologica sul “nemico di classe”. Dall’altra, abbiamo avuto un crescendo di rilanci di detassazione (alcuni peraltro potenzialmente sensati, purché correttamente declinati nella fase di implementazione) ma con scarsa o nulla indicazione della copertura, nella migliore tradizione del Big Government dell’ultimo Franklin Delano Bush. Servirà la formula magica della “lotta all’evasione”? Ma se così fosse, perché essa è sistematicamente fallita in ogni legislatura, soprattutto in quelle caratterizzate da maggiore prodigalità fiscale, come quella appena conclusa?

Per chi voterà Phastidio? Se avessimo avuto la possibilità di votare per quell’innovativo esperimento politico chiamato Riformatori Liberali non avremmo avuto alcun dubbio. Purtroppo, nella nostra regione non vi saranno candidati salmoni. Quindi, ci limiteremo a fare il tifo per Benedetto Della Vedova e Peppino Calderisi, oltre che per le liste dei salmoni in Veneto, Puglia e Sicilia. Siamo fiduciosi che questo progetto possa crescere ed irrobustirsi, anche e soprattutto dall’opposizione, perché è in questi casi che le idee vere mettono radici. Crediamo che per il centrodestra italiano serva una palingenesi politico-elettorale tale da rimuovere blocchi ed ostruzioni che ne impediscono la vera metamorfosi in senso liberale e liberista. Quella che manderebbe definitivamente a casa il blocco di potere che da decenni ostacola il cambiamento e la crescita del paese, e che lo sta condannando al declino.

Auguri, Professor Prodi. Lei è all’ultimo giro. Anzi, all’ultima corsa, come il cavallo Nestore del film dell’indimenticato ed indimenticabile italiano di nome Alberto Sordi. Noi lavoriamo per un futuro liberale in un paese normale. Anche a costo di star fermi un giro.