Più Bastiat, meno Foucault

Anni addietro, dopo l’oscura “Rivoluzione di Timisoara”, che condusse al rovesciamento ed alla eliminazione fisica del dittatore romeno Nicolae Ceausescu e di sua moglie, la Romania iniziò la propria lunga e lenta marcia verso la democrazia e l’Europa, inizialmente guidata da un governo tecnico presieduto da Petre Roman. I primi, timidi tentativi di far evolvere l’economia romena verso assetti di libero mercato, attraverso l’avvio di privatizzazioni, si scontrarono con la fortissima ostilità di larga parte della popolazione. Di quel periodo, ricordiamo ancor oggi nitidamente le parole di un manifestante, intervistato dalla televisione. Rispondendo al giornalista, che gli aveva chiesto cosa pensasse delle privatizzazioni, l’uomo rispose “Sono contrario, perché privatizzare ha lo stesso significato di privare“. Questa frase ci è tornata in mente in queste giornate di grandi proteste francesi contro il Contratto di Primo Impiego, dopo aver letto un lungo articolo dell’International Herald Tribune sull’incultura economica francese.

Ne emerge un quadro desolante: una ideologia profondamente anti-capitalistica (di cui abbiamo già parlato qui), soprattutto nelle scuole secondarie, dove il termine “capitalismo” è pressoché equivalente a blasfemia, dove i libri di testo sono basati su un proto-keynesismo che riesce a produrre gemme di questo tipo:

“Il salario deve essere inteso come potere d’acquisto, e non può pertanto essere tagliato, pena l’avvio di una spirale deflazionistica che conduce a maggiore disoccupazione”.

Grande adesione ideologica da parte di un altro testo dell’ultimo anno di liceo anche alla cultura dei sussidi:

“Possiamo seriamente immaginare di sussidiare impieghi per mezzo del settore pubblico, perché la nostra economia già ci consente di supportare un elevato numero di disoccupati.”

Argomentazioni riecheggiate per le strade francesi negli ultimi giorni. Paradigmatico è il programma di economia per l’ultimo anno di liceo: una rapida scorsa al meccanismo della concorrenza perfetta, vista come ipotesi puramente teorica o più propriamente fittizia, e spostamento pressoché immediato del focus su ciò che lo stato o le autorità europee possono fare per correggerne i limiti e le imperfezioni. E non si tratta di un modello culturale specifico ad una sola parte politica, anche se certamente i socialisti hanno ampiamente contribuito al radicamento del demenziale concetto secondo il quale lo stock di lavoro è irrevocabilmente fisso, e deve pertanto essere condiviso. Si pensi alla riduzione dell’età pensionabile, decisa da Mitterrand nel 1982, o all’introduzione della settimana lavorativa a 35 ore, per mano del governo Jospin. A destra, allo stesso modo, esponenti gollisti come gli stessi Chirac e De Villepin sono stati particolarmente attivi, in sede europea, per demonizzare il concetto di flessibilità. Un sondaggio commissionato dal ministro delle Finanze, Thierry Breton, ha evidenziato che una larga maggioranza degli interpellati non riesce ad identificare concetti chiave, quale prodotto interno lordo e debito pubblico. Il tempo sembra essersi fermato: tra i francesi vi è una grande nostalgia dei meccanismi di welfare del dopoguerra, quelli “dalla culla alla tomba”. Ma è il concetto stesso di politica economica ad essere assente dal panorama culturale francese, basato su una visione politica e sociale della storia in cui lo stato è l’unico ed indiscusso protagonista e demiurgo. Anche per questo motivo lo stesso Breton (che, giova ricordarlo, non proviene dall’Ecole Nationale d’Administration ma ha una laurea in economia ed una robusta esperienza manageriale in contesti multinazionali, essendo stato il Chief Executive Officer di France Telecom durante la deregulation), ha deciso di istituire un Consiglio per l’Insegnamento dell’Economia, composto da economisti, giornalisti finanziari, docenti di economia. Tra le possibili linee di azione del Consiglio, si ipotizzano dei mini-spot sui meccanismi di base dell’economiadurante il prime-time televisivo, workshop ad uso di giornalisti economici, documentari televisivi sui processi economici, produzione di materiali didattici sull’insegnamento dell’economia. Ciò che serve alla Francia, in questo momento, è una grande operazione culturale finalizzata a introdurre nella popolazione, soprattutto nelle giovani generazioni, i concetti di compatibilità economica. Ma serve anche una cross-fertilization tra pubblica amministrazione e mondo delle imprese, per trasfondere nel pubblico concetti come project management, monitoraggio della performance, controllo dei costi. Bisogna, in sintesi, contrastare il falso assioma culturale in base al quale l’economia sarebbe un gioco a somma zero, dove l’adozione di provvedimenti pro-business si traduce per ciò stesso in un danno per i cittadini. Sarebbe interessante produrre simili analisi anche per l’Italia, siamo certi che i risultati sarebbero ancor più avvilenti.