La via delle liberalizzazioni

In condizioni normali non amiamo citare questo tipo di classifiche, per il potenziale di banalizzazione mediatica e politico-parolaia che esse fatalmente implicano. Facciamo un’eccezione, visto che il tema è di stretta attualità. Il rapporto Doing Business della World Bank stila un indice sintetico di quanto risulta agevole (o meno) intraprendere e mantenere un’attività produttiva in un paese.

L’indice considera 155 paesi, ed utilizza una metodologia basata sulla media aritmetica delle posizioni espresse in percentile relativamente a dieci indicatori: tempi e costi di avvio dell’attività, regime delle licenze, rigidità del mercato del lavoro, tempi e costi di registrazione degli immobili commerciali, facilità di accesso al credito, protezione legale degli investitori, fiscalità, commercio estero (in termini di procedure burocratiche relative ad import ed export), tutela e protezione delle obbligazioni contrattuali (enforcing contracts), facilità di cessazione dell’attività.

Guida la classifica la Nuova Zelanda, davanti a Singapore e Stati Uniti. Notevole il quinto posto della Norvegia, socialdemocrazia business-friendly, ma in generale risulta positivo il posizionamento dei paesi scandinavi, che mostrano evidenti debolezze nella rigidità del mercato del lavoro (con l’eccezione della Danimarca, come risaputo). L’Italietta è al settantesimo posto, preceduta (tra gli altri) da Zambia e Kenya. Spettacolare il ranking italiano relativo al mercato del lavoro: posizione numero 138 su 155 paesi analizzati. Non male. Ma segnaliamo anche un avvilente novantatreesimo posto nella gestione delle licenze e del regime autorizzativo. La deregolamentazione sembra essere alla base delle migliori performance, come dimostrato dal fatto che la Serbia-Montenegro ha visto un balzo del 43 per cento nella registrazione di nuove imprese dopo che il requisito di capitale minimo è stato portato dall’equivalente di 5.000 a 500 dollari, ed il numero di giorni necessari per avviare un’impresa è stato ridotto da 53 a 13 giorni.
C’è quindi da augurarsi che l’iniziativa del presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, Daniele Capezzone, primo firmatario di un’interessante proposta di legge bipartisan che punta ad abbattere a sette il numero di giorni necessari ad avviare un’attività commerciale attraverso un meccanismo di silenzio-assenso, abbia pieno successo. Anche se dovrebbe essere sufficientemente chiaro che, senza flessibilità del mercato del lavoro, ogni riforma parziale dell’economia è destinata al fallimento.