Il contrasto dell’immigrazione clandestina

Uno dei problemi più gravi che uno stato si trova ad affrontare nel contrasto e nella repressione dell’immigrazione clandestina è rappresentato dal rifiuto dei paesi di provenienza ad accogliere i propri connazionali illegalmente immigrati. Negli Stati Uniti, dove è in corso un aspro dibattito sulla gestione del fenomeno immigratorio, con posizioni che oscillano dall’accoglienza quasi indiscriminata alla repressione su vasta scala, si segnala una proposta di un membro texano del Congresso, Ted Poe, che suggerisce di penalizzare finanziariamente i paesi che rifiutano i rimpatri. Un recente report del Dipartimento della Homeland Security segnala che a giugno 2004 sul territorio statunitense vi erano 133.662 illegal aliens il cui rimpatrio appariva perlomeno “improbabile”, a causa della mancanza di volontà da parte dei paesi di provenienza a fornire la necessaria documentazione di viaggio e rimpatrio. Interessante anche la varietà di mezzi utilizzati per impedire il rimpatrio: ad esempio, l’Etiopia (che dubitiamo possieda un’efficiente organizzazione statuale), non emette documenti di rimpatrio in assenza di prove che il proprio connazionale abbia genitori nati nel paese africano e che in esso abbia ancora dei familiari residenti. L’Iran richiede che i rimpatriandi forniscano “prove documentarie inoppugnabili” circa la loro nazionalità.

Le motivazioni che portano a erigere questi muri di gomma sono facilmente intuibili: da un lato, rifiutare il rimpatrio contribuisce ad alleggerire la pressione demografica sui paesi di emigrazione, che possono inoltre fruire del rilevante beneficio finanziario rappresentato dalle rimesse degli emigrati, siano essi regolari o irregolari. Le proposte del texano Poe per rendere più efficace il meccanismo delle espulsioni si basano proprio su incentivi e sanzioni finanziarie, per rendere più costoso il mancato rimpatrio. Tra le proposte, il taglio degli aiuti ai paesi di provenienza dei clandestini, la riduzione compensativa dei visti concessi, o l’introduzione di una legislazione che renda possibile per i cittadini americani richiedere forme di risarcimento a governi stranieri i cui connazionali hanno commesso crimini negli Stati Uniti.

Non esiste una soluzione ottimale al problema, anche se l’idea di aumentare significativamente per i paesi di emigrazione il costo-opportunità del mancato rimpatrio potrebbe essere perseguita con qualche successo. Occorre poi distinguere caso per caso, in relazione a variabili quali la “permeabilità burocratica” di un paese soggetto a forti flussi immigratori: si pensi al canale di afflusso di clandestini rappresentato, per l’Italia, dal regime di concessione dei visti turistici e dalla sostanziale impossibilità a verificare l’effettivo rientro nei paesi di provenienza allo scadere del periodo di soggiorno temporaneo. In molti casi, poi, gli aiuti alla cooperazione rappresentano veri e propri vendor financing, per agevolare il commercio estero dei paesi più ricchi, e non è pensabile tagliarli senza subire ritorsioni commerciali. Quello che è possibile fare in un paese come l’Italia, caratterizzato da genetica irrazionalità burocratico-organizzativa, è agevolare l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, senza pianificazioni centralizzate ma anche senza aberrazioni ideologiche (specialità dell’attuale governo), quali il regime dei ricongiungimenti familiari sganciato da valutazioni di sostenibilità economica, o l’eventuale concessione di visti per la ricerca di lavoro in Italia. Prescindendo da altre considerazioni di compatibilità socio-culturale, tutta la politica dell’immigrazione deve essere centrata sulle dinamiche del mercato del lavoro, avendo presente che l’immigrazione a bassa qualificazione professionale tende a deprimere la crescita della produttività e a risultare utilizzatrice netta delle risorse di welfare. Circostanza che un paese in crisi fiscale come è l’Italia non può certo permettersi.

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