Se cinquant’anni vi sembran pochi

Sui “fatti d’Ungheria” Pietro Nenni aveva visto giusto. A sostenerlo è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un breve messaggio inviato al presidente della Fondazione Nenni, Giuseppe Tamburrano, oggi riportato in prima pagina da L’Unità. Un messaggio che verrà pubblicato, insieme al capitolo sul ’56 tratto dall’autobiografia di Napolitano “Dal Pci al socialismo europeo”, in un libro-riflessione che la Fondazione farà uscire a fine ottobre.
Napolitano, che – riferisce L’Unità – è stato invitato a Budapest in occasione delle celebrazioni per i 50 anni dalla rivolta ungherese, aveva già riconosciuto 20 anni fa che Antonio Giolitti aveva avuto ragione nel criticare l’intervento militare sovietico.
Ma nel suo messaggio di ora a Tamburrano, Napolitano sottolinea anche le ragioni di Pietro Nenni.

”La mia riflessione autocritica sulle posizioni prese dal Pci e da me condivise nel 1956 – scrive il Capo dello Stato – e il suo pubblico riconoscimento da parte mia ad Antonio Giolitti di ‘aver avuto ragione’ valgono anche come pieno e dovuto riconoscimento della validità dei giudizi e delle scelte di Pietro Nenni e di gran parte del Psi in quel cruciale momento”.

Cinque righe, sottolinea l’Unità, che faranno discutere. Non solo perchè nel ’56 Napolitano, allora giovane funzionario del Pci, usò parole dure contro Giolitti e contro il Psi che condannavano l’intervento militare sovietico, sostenendo invece che si trattasse di un elemento di ”stabilizzazione internazionale” e addirittura di un ”contributo alla pace nel
mondo”, ma anche perché, sottolinea l’Unità, dare ragione a Nenni significa riconoscere ”ad un partito della sinistra (i compagni con cui si era costituito il Fronte Popolare) la capacità di aver visto giusto”.
Per Giuseppe Tamburrano le parole di Napolitano ”hanno un enorme valore”. ”So bene – dichiara il presidente della Fondazione Nenni – che il Pci del ’56 non avrebbe potuto rompere con Mosca”, ma certo, aggiunge, ”guardando indietro con gli occhi di oggi mi viene da dire che se allora il Pci avesse assunto una posizione meno netta, se avesse prevalso Di Vittorio, che ha sempre criticato l’intervento sovietico a reprimere la rivolta popolare ungherese, forse avremmo avuto una storia diversa dell’Italia e della sinistra italiana…

Siamo alle solite: revisionismo critico a trenta, quaranta, cinquant’anni di distanza dai fatti. Irritante (lo diciamo non per criticare Tamburrano, ma un certo modo di leggere la storia in Italia) il richiamo al “come sarebbero andate le cose se…”, vera specialità della sinistra italiana. Che parlava di Bad Godesberg quando la socialdemocrazia tedesca stava confrontandosi con altre aporie e problematiche, che non ha mai rotto né vuole rompere con quel residuo ancestrale chiamato sinistra radicale, ottenendo il fallimento sistematico dei tentativi di modernizzare il sistema politico italiano in direzione occidentale, e rendendo sterili alla radice i tentativi di elaborare “equilibri più avanzati”, come quello rappresentato dal fantomatico Partito Democratico. Un’evoluzione lenta, disarmante ed esasperante, frutto dell’incultura politica italiana, e dell’assenza di radici autenticamente liberali tra i protagonisti del dibattito pubblico. Cinquant’anni fa i nemici erano Nenni e Giolitti, vent’anni fa il demonio era Bettino Craxi, oggi è Berlusconi, che fortunatamente per lui non appartiene alla sinistra. Resta l’opzione strategica della via giudiziaria per combattere i nemici quale surrogato dell’asfittico dibattito culturale interno alla sinistra sedicente riformista, che diffiiclmente reggerebbe al duro confronto con la realtà di un mondo che cambia ovunque ma non in Italia.