Allocazione di risorse scarse: il caso del vaccino antinfluenzale

Lo scorso maggio i ricercatori statunitensi dei National Institutes of Health (NIH) hanno realizzato un paper che rimette in discussione la scelta di salvare il maggior numero di vite vaccinando dapprima gli anziani, i bambini molto piccoli ed i malati, lasciando per ultimi i soggetti che hanno tra due e 64 anni di età. Il valore di una vita, secondo i ricercatori del NIH, dipende dall’età. Un sessantenne ha investito molto (in termini di educazione, formazione ed esperienza) nel corso della sua vita, ma ne ha anche tratto il massimo dei benefici. Un bimbo piccolo ha un investimento nullo. Un ventenne ha sostenuto forti investimenti in formazione ma non ha ancora ottenuto un significativo ritorno sugli stessi. Conclusione: per massimizzare l’investimento in una vita oltre agli anni di vita rimasta, i soggetti nella classe di età compresa tra 13 e 40 anni dovrebbero avere la prelazione sui vaccini in caso di razionamento dei medesimi.

Occorre aggiungere che si stanno accumulando prove che la vaccinazione degli anziani potrebbe in effetti non essere la strategia migliore per minimizzarne la mortalità. La ragione è che durante le fasi di pandemia influenzale il tasso di mortalità tra gli anziani non è significativamente più elevato che durante gli anni non-pandemici. L’influenza uccide certamente degli anziani, ma molti di essi sarebbero morti comunque.

Inoltre, contrariamente a quanto comunemente assunto, essi possono non beneficiare dei vaccini: uno studio del 2006 ha scoperto che la risposta di anticorpi delle persone ultrasessantacinquenni sarebbe meno della metà rispetto a quella dei giovani adulti.
Secondo altri studi, anche il senso comune che vaccinare gli anziani è il miglior modo per salvare anziani dovrebbe essere rivisto. Bambini molto piccoli ed anziani non sono veicoli di diffusione del contagio quanto (ad esempio) bambini in età scolare o viaggiatori di affari. Sarebbe quindi possibile ridurre morbilità e mortalità, anche tra gli anziani, vaccinando per prime le altre coorti di età?

A scanso di accuse di insensibilità e disumanità verso i soggetti anziani, ribadiamo alcuni concetti: l’obiettivo di queste analisi è la minimizzazione del numero totale di morti, a livello aggregato E per coorti di età, in presenza di un vincolo razionamento del numero di dosi di vaccino, si tratta cioè di individuare uno schema di allocazione ottimale di risorse scarse. Quindi non si tratta di “sacrificare” gli anziani a vantaggio dei giovani, in quanto soggetti non (più) produttivi. Consideratelo uno schema di allocazione pareto-ottimale, cioè tale da massimizzare l’utilità ed il benessere di tutti senza peggiorare le condizioni di nessuno. L’individuazione dell’ordine di priorità in base a considerazioni economiche è evidentemente indotta dal tipo di società in cui viviamo, ma verosimilmente sarebbe valido anche per società pre-industriali.

Infatti, il valore del capitale umano di una persona è legato alla sua esperienza, cioè alla capacità di addestrare altri membri della sua comunità ad affrontare le difficoltà quotidiane, cioè ad assicurare la sopravvivenza della comunità/specie.