Noi stiamo con Draghi

Intervenendo all’annuale congresso delle associazioni degli operatori finanziari italiani il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha tentato di spiegare ai politici che l’attuale ripresa italiana è puramente congiunturale, considerazione che suggerisce che nulla di sostanziale è stato fatto, ad oggi, per rilanciare in modo strutturale la crescita della produttività, e che di fatto l’Italia conferma la propria caratteristica di paese strutturalmente ritardato nella congiuntura internazionale: nelle fasi espansive cresce meno dei competitori, mentre in quelle di rallentamento tende a ristagnare in modo protratto. Sostiene infatti Draghi:

L’economia italiana continua a trarre vantaggio dal buon andamento del ciclo europeo e mondiale, benché il suo tasso di crescita resti inferiore alla media europea. Nel 2006, secondo le stime disponibili, l’aumento del prodotto è stato poco inferiore al 2 per cento. Dal punto di vista congiunturale il miglioramento rispetto agli anni precedenti è evidente. Ma non basta: è necessario che alla crescita, finora per lo più indotta dal buon andamento delle economie europee e di quella tedesca in particolare, si sostituisca via via una crescita interna. Ciò richiede che si avvii un processo di aumento duraturo della produttività totale dei fattori, che ristagna dalla metà degli anni novanta. Occorre liberare le risorse materiali e soprattutto di capitale umano, in particolare quelle dei giovani, di cui il nostro Paese dispone in abbondanza. Emergono segnali positivi soprattutto nelle imprese più esposte alla concorrenza internazionale, ma è ancora difficile discernere con sicurezza l’effetto di cambiamenti di natura strutturale da quello dei fattori abitualmente osservati nelle fasi di ripresa del ciclo.

E’ molto interessante la coincidenza tra la fase identificata come inizio del ristagno della produttività e la convergenza della lira all’euro: entrambi datano alla metà degli anni Novanta. Con ciò non vogliamo rilanciare la logora tesi tremontiana dell’euro come rovina dell’economia italiana. L’euro è stato ed è un’opportunità di crescita, per i paesi che vogliono e sanno rilanciare un processo di liberalizzazione generalizzata dei settori produttivi, tale da innescare una diffusa riduzione dei prezzi di beni e servizi, che restituisce potere d’acquisto a salari e stipendi e, in regime di cambio fisso quale è l’attuale, aumenta la competitività dei beni domestici destinati all’esportazione. E’ questa la ripresa strutturale cui Draghi si riferisce. Ovviamente, nulla di simile è finora stato fatto dai governi che si sono succeduti al timone del Paese, dal 1996 ad oggi.

Ma quello che sta facendo l’attuale governo è anche peggio dell’incuria del quinquennio berlusconiano. Oggi si aumenta la pressione fiscale ad invarianza di spesa pubblica, per soddisfare le clientele sindacali e dell’estrema sinistra, condannando il paese ad un più che probabile avvitamento su sé stesso al momento dell’inevitabile rallentamento della congiuntura internazionale. E’ vero, esiste un avanzo primario da ricostituire, per iniziare ad aggredire il rapporto debito/pil. Ma ciò può e deve essere fatto assegnando parte del surplus fiscale finora generato a riduzione delle aliquote nominali, e rilanciando le riforme strutturali nei grandi capitoli di spesa pubblica:

Il livello dell’imposizione tributaria in Italia è elevato. Penalizza le imprese e le famiglie che compiono il proprio dovere fiscale. In prospettiva esso va moderato. Frutti della lotta all’evasione devono trovare compensazione nella riduzione delle aliquote. Si può stimare che nel 2006 le entrate delle amministrazioni pubbliche siano cresciute di circa un punto percentuale del PIL; aumenteranno ancora, secondo le previsioni, nel 2007. Uno stabile riequilibrio dei conti pubblici richiede interventi strutturali che contengano la dinamica degli esborsi nei grandi settori della spesa corrente al di sotto della crescita potenziale dell’economia. In rapporto al prodotto, la spesa primaria corrente ha raggiunto nel 2005 il livello massimo registrato dal dopoguerra; nel 2006, stando alle informazioni disponibili, è rimasta prossima a tale livello.

Un dato su cui riflettere, quest’ultimo: nell’economia italiana esistono tendenze inerziali all’espansione della spesa pubblica che sono alla base della legittimazione stessa della classe politica, nella sua totalità. Una classe politica talmente screditata e imbelle da non essere in grado di offrire al paese un progetto per l’avvenire, bensì solo delle mance per comprarne l’acquiescenza. Fa sorridere ascoltare oggi l’ex presidente della Camera parlare di rigore e liberalizzazioni quando il suo partito, nella scorsa legislatura, è stato in prima linea nel rivendicare rinnovi contrattuali del pubblico impiego del tutto sganciati da qualsiasi considerazione di efficacia ed efficienza. Ma questa è la classe politica che ci meritiamo. L’unica speranza di cambiamento, come ripetiamo da tempo, è quella di un profondo trauma che costringa i politici a cercar riparo in una qualche forma di “amministrazione controllata” della democrazia, ad opera di interventi tecnici che rimettano il paese nel mainstream dell’ortodossia economica globale, l’unica che può impedire il declino. Certo, si tratta di un vero e proprio commissariamento della democrazia, ma resta il minore dei mali in un paese da sempre strutturalmente unfit a gestire il proprio futuro.

  • Il testo della relazione di Mario Draghi al convegno Atic-Assiom-Forex