Ma l’etanolo non è la soluzione

Lo scorso 23 gennaio, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, George W.Bush ha enfatizzato la necessità di realizzare un nuovo piano energetico nazionale per gli Stati Uniti, anche e soprattutto per ridurre la dipendenza del paese da fornitori politicamente a rischio. Un’argomentazione ricorrente nella retorica politica statunitense, almeno dai tempi degli shock petroliferi degli anni Settanta, e che suona ancor più convincente ai nostri giorni, con Iran e Venezuela che fanno dell’elevato prezzo del petrolio l’architrave della propria strategia di contrasto degli Stati Uniti, in un rinnovato espansionismo petrolifero, che potrebbe tuttavia essere ben più fragile e transitorio di quanto non appaia.  

La guerra verbale contro il petrolio è poi cresciuta in intensità anche per le argomentazioni sul riscaldamento globale, fondate su un asserito ipse dixit scientifico tutto da verificare, data la complessità delle variabili che entrano nella modellizzazione del clima. Alcune delle quali, non direttamente riconducibili all’attività umana, potrebbero peraltro essere state finora omesse. I Repubblicani sono apparsi finora sensibili soprattutto all’argomentazione di politica estera, ma non intendono concedere il monopolio della retorica ambientalista ai Democratici ed alla loro grancassa mediatica, che ha ormai arruolato alla Causa anche Hollywood.

L’elaborazione repubblicana in materia di politica energetica è stata però finora piuttosto approssimativa. Essa si basa su due capisaldi: pesanti sussidi alla produzione di etanolo ricavato da cereali ed alla produzione domestica di petrolio.

I sussidi alla produzione di etanolo sono certamente il peggior tipo di programma governativo. L’etanolo (quello statunitense viene ricavato dai cerali, mentre quello brasiliano deriva dalla canna da zucchero, dotata di maggiore efficienza energetica), viene utilizzato come additivo o sostitutivo della benzina. E’ una fonte di carburante costosa, con un rendimento di solo il 70 per cento rispetto al petrolio, e la cui produzione è talmente energivora che avrebbe un trascurabile impatto netto sulla riduzione della dipendenza statunitense da altre fonti di energia. Secondo una ricerca di Sanford C.Bernstein & Co., in assenza di sussidi l’etanolo diventa profittevole con un prezzo del greggio superiore ai 70 dollari al barile.

Allora, cosa giustifica questi imponenti sussidi? Un non trascurabile dettaglio: l’etanolo è molto popolare presso i coltivatori del Midwest, perché tende a far aumentare i prezzi dei cereali. Attualmente, il governo federale statunitense concede a raffinatori e grossisti crediti d’imposta di 51 centesimi per ogni gallone di etanolo miscelato con benzina. Inoltre, per limitare le forniture e rafforzare i prezzi, gli Stati Uniti impongono una tariffa doganale di 54 centesimi al gallone, che impedisce le forniture da paesi esterni alla regione caraibica e centroamericana, canna da zucchero brasiliana inclusa.

Anche l’altro sussidio proposto, quello alla produzione di petrolio domestico, finirebbe col fallire il proprio obiettivo strategico. Un sussidio alla produzione, infatti, abbassa i costi di produzione ed aumenta i consumi. Difficile immaginare che un maggior consumo petrolifero sia la risposta alla issue politica del global warming. Peraltro, i sussidi alla produzione domestica servirebbero assai poco alla causa della sicurezza geopolitica. Anche se gli Stati Uniti dovessero produrre l’intero proprio fabbisogno nazionale di petrolio, essi sarebbero ancora vulnerabili alle fluttuazioni di prezzo sui mercati internazionali del greggio. Una riduzione di offerta dal Medio Oriente aumenterebbe i prezzi del petrolio domestico in perfetta sincronia con quelli del petrolio importato. Ridurre la domanda statunitense da paesi quali l’Iran non avrebbe effetto, visto che quel paese non vende più greggio agli americani dal 1991, senza che ciò abbia impedito a Teheran di diventare nel frattempo il quarto esportatore mondiale di greggio.

Nel frattempo, la quota di petrolio nel consumo energetico primario statunitense è passata dal 38.1 per cento del 1995 al 40.2 per cento del 2004. Forse perchè il petrolio è tuttora una fonte energetica incredibilmente efficiente ed a buon mercato.

Se i politici intendono quindi perseguire il duplice obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica e tagliare la rendita parassitaria di stati più o meno canaglia, esiste una soluzione da libro di testo: l’imposizione di una carbon tax. Secondo alcune stime, una tassa di 15 dollari per tonnellata di CO2 prodotta (un onere simile allo schema di Emission Trading atttualmente adottato dall’Unione Europea) potrebbe generare circa 80 miliardi di dollari annui, ipotizzando una flessione delle emissioni stimabile nell’ordine del 10 per cento. Si tratta di un gettito che rappresenterebbe circa il 28 per cento della tassazione aziendale statunitense del 2005. Con la carbon tax suggerita, gli incrementi di prezzo non sarebbero enormi: 13 centesimi al gallone per la benzina, mentre il costo dell’elettricità aumenterebbe di 0.6 cents a kilowattora per la generazione da gas naturale, e di 1.4 cents per quella da carbone. E, ciò che è ancor più interessante, l’enorme gettito prodotto dalla carbon tax potrebbe essere utilizzato per ridurre la tassazione aziendale, stimolando ulteriormente la crescita economica.

Ciò che differenzia la carbon tax dai sussidi, inoltre, è la creazione di incentivi per la produzione di energia da fonti alternative. A 15 dollari per tonnellata di CO2, l’eolico e le biomasse diverrebbero improvvisamente competitive col gas naturale. A differenza dei sussidi, come detto, la carbon tax produrrebbe poi il positivo effetto collaterale di un gettito utilizzabile per la riduzione della pressione fiscale sulle aziende. Nel contesto di questa carbon tax, se l’etanolo è effettivamente la miglior alternativa, sarà destinato ad imporsi. Diversamente, corn flakes e tortillas rimarranno a buon mercato.

Se Bush ed i leader del Congresso avessero intenzioni serie sul duplice obiettivo di sicurezza degli approvvigionamenti energetici e contrasto del global warming, la strada è quella di abolire ogni piano energetico basato su sussidi settoriali, sostituendolo con una carbon tax. Se così non sarà, a guadagnarci saranno solo i coltivatori, Bill Gates ed il Carlyle Group. Sempre che le ragioni geostrategiche di breve periodo non facciano premio su quelle di lungo, come purtroppo molto spesso accade.

 

 

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