Il neocon assalito dal realismo

di Andrea Gilli*

Christian Rocca ci sta simpatico: esperto di tutto, dalla bioetica all’economia, passando per il calcio e l’Ipod, resta una delle nostre letture preferite per accompagnare gli occhi verso il meritato riposo giornaliero. Non si può certo dire che il suo stile sia criptico: basta scorrere le prime righe dei suoi articoli per avere ben chiara la sua tesi e (soprattutto) tutti gli errori metodologici in essa contenuti: errori che egli non solo ignora ma che è anche fiero di commettere.

Ieri l’altro, il Nostro non ci ha stupito. In un torrenziale articolo su un testo minore di politica internazionale (Menon, 2007), Rocca ha cercato di spiegare/riassumere il futuro delle alleanze internazionali degli Stati Uniti.

In un crescendo di entusiasmo e passione per la geopolitica Rocca ci ha detto, in breve, che:

1) gli USA usciranno presto da NATO e SEATO;
2) e ciò sarà dovuto ai differenti interessi dell’America e dei suoi Alleati.

Ciò che stupisce di questa analisi non è solo il fatto che queste considerazioni siano assolutamente ovvie, e non certo uno scoop, quanto il fatto che Rocca non si è accorto di star compiendo una lode al realismo.

Sì, proprio quel realismo che Rocca ed alcuni suoi replicanti in Rete tanto amano esecrare ma evidentemente assai meno studiare, dice da almeno una ventina d’anni cose simili a quelle suggerite da Menon. Da notare è che, quando ciò accadde, Rocca ed i suoi cloni presero a pernacchie i vari studiosi che le proposero.

John J. Mearsheimer, nei suoi due articoli dell’estate 1990 (Mearsheimer, 1990a e 1990b [riassunto]) non esitò a dirlo: la Nato è morta. Finita la minaccia sovietica, la NATO finirà con essa. Insomma: non ci sono più interessi a mantenere in vita questa istituzione. Lo stesso concetto venne ribadito dall’altro titano delle Relazioni Internazionali, Kenneth N. Waltz, nel 1993 (Waltz, 1993 [riassunto]): la NATO scomparirà. USA e Europa hanno interessi divergenti, e presto si separeranno. (Gli stessi concetti sono poi stati ancora per l’ennesima volta ribaditi nel 2000: Waltz, 2000)

L’entusiasta Rocca sottoscrive questi argomenti da realista di ferro senza neppure accorgersene: è infatti il Realismo che ha sempre postulato la temporaneità delle alleanze, l’importanza degli interessi in gioco per la loro coesione e l’assoluta irrilevanza di valori e ideali nella loro formazione (con buona pace dei concetti quali Occidente, democrazie, et similia).

L’esperto si vede in queste circostanze.

D’altronde, sempre nell’articolo Rocca ci stupisce con una chicca da collezione. Egli spiega infatti che la visione opposta al fanatismo para-crociato di Bush sarebbe l’isolazionismo. Come dire che l’alternativa all’accanimento terapeutico è la non-cura. Ovviamente cio’ è falso. Se Rocca si fosse letto il fondamentale articolo di Posen e Ross sulle opzioni strategiche degli Stati Uniti lo saprebbe (Posen and Ross, 1995 [riassunto]): d’altronde, i due autori annoverano almeno quattro opzioni per Washington nell’era post-Guerra fredda. Rocca glissa. Ma è ovvio: contrapponendo una posizione che nessuno, o pochissimi (tra gli altri, i liberali del Cato institute), sostiene, puo’ riuscire a dar credito all’imbarazzante proposizione, dal vago sapore hegeliano, secondo la quale gli USA non avrebbero nessuna reale alternativa al corso bushiano.

Ma la splendida parabola di Rocca non ci stupisce solo in questo frangente. E infatti, ancora il 29 maggio, il cronista sportivo del Foglio scriveva sul suo blog:

Oggi super Caretto spiega sul super Corriere della Sera che a capo degli “ideologhi” (qualunque cosa voglia dire), contrapposti ai realisti sull’Iraq, c’è Henry Kissinger. Cioè il capo dei realisti. Questa fa il paio con quando scrisse che Paul Berman, uno che peraltro intervista una volta il mese, era l’esponente dei neo-realisti di scuola Brent Scowcroft. Un genio.

In realtà, il vero genio è Rocca, che a forza di raccontarsi la storia dei neocon idealisti, buoni e savi (versione dal vago sapore leniniano: una piccola elite che capisce il mondo e quindi in grado di cambiarlo in meglio, se solo le fosse dato il potere), ha finito per crederci. I neocon infatti altro non sono che una versione fanatica dei realisti. Accettano la forza come primo e principale fattore delle relazioni internazinoali, ma poi non ne considerano le implicazioni – abbandonando di conseguenza anche tutte le valutazioni etiche alla base del realismo (si, etiche: altra cosa che Rocca, dimostrando di avere scarsa dimestichezza con Morgenthau, Waltz, Kennan, ed altri realisti, dimentica un po’ troppo facilmente).

I neocon sono de facto dei realisti che credono che il principio dominante delle relazioni internazionali sia il bandwagoning anziché il balancing. In altre parole, a loro modo di vedere la dimostrazione di forza bruta da parte di un attore, specie il più forte, dovrebbe portare gli altri ad accettarne il dominio, anziché a coalizzarsi per opporsi al suo potere.

Di qui, la logica secondo la quale abbattendo l’Iraq (dimostrazione di forza), tutti gli altri attori regionali (e non) si sarebbero dovuti piegare alla volontà americana. I realisti più tradizionali, quelli che al wishful thinking preferiscono ancora la logica, hanno invece sempre sottolineato come queste dimostrazioni di forza avrebbero portato risentimento e paura tra gli altri attori – e quindi alla loro attivazione per perseguire un controbilanciamento della potenza americana (Mearsheimer, 2004).

Che aggiungere? Che resta valida l’idea di fondo: mai smettere di studiare. Sempre partendo dal presupposto di comprendere ciò che si legge.

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* Andrea Gilli si è laureato in Scienze Politiche all’Università di Torino summa cum laude (2005) con una tesi sulle politiche creditizie e monetarie adottate dalla Repubblica Islamica dell’Iran dal 1979 al 2002. Collabora con la rivista Ideazione, con il quotidiano l’Opinione, e con l’Istituto Bruno Leoni di Torino. Ha svolto delle ricerche presso il Middle East Institute di Washington, DC e la Rand Corporation di Santa Monica, CA. Ha lavorato come intern presso il Consolato Generale d’Italia a Los Angeles, CA. Attualmente frequenta un Master of Science in International Relations presso la London School of Economics and Political Science. Si occupa prevalementente di Relazioni internazionali, Studi Strategici ed Economia Politica Internazionale. Al momento sta approfondendo i temi della sicurezza e della difesa in Europa e della ristrutturazione delle Forze Armate italiane alla luce dei nuovi scenari internazionali, della trasformazione della NATO e della dimensione politica e di difesa dell’Unione Europea.

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