Economia del voto di scambio

L’ormai mitologico Greg Mankiw ci spiega che il voto di scambio non necessariamente riduce l’efficienza (cioè il miglioramento di condizione delle parti coinvolte nello scambio), ma certamente determina l’insorgere di rilevanti esternalità, impedendo di applicare ad esso la tradizionale analisi economica basata sullo scambio volontario. Ad esempio, riprendendo pedissequamente l’esempio da egli proposto, ipotizzate che vi siano tre elettori (Andy, Ben e Carl), che devono votare per decidere la fornitura di un bene pubblico (cioè un programma elettorale) del valore di 9 dollari, da finanziare con tassazione in parti uguali di 3 dollari.

Per Andy tale bene pubblico vale 8 dollari, per Ben e Carl è privo di utilità. Al voto, il progetto non sarebbe quindi realizzato. Ma se Andy compra il voto di ben per 4 dollari, il progetto verrebbe realizzato. Per effetto di ciò, Andy avrebbe un beneficio netto di 1 dollaro: 8 di beneficio, 3 spesi in tasse e 4 per comprare il voto di Ben; il quale Ben migliorerebbe a sua volta la propria condizione di 1 dollaro, con 4 di incasso per la vendita del voto e 3 spesi in tasse. A questo punto, il povero Carl avrebbe una perdita di benessere pari a 3 dollari, cioè le tasse che è costretto a pagare per l’accordo tra gli altri due elettori, a fronte di un beneficio per lui nullo. In questo caso, il voto di scambio ridurrebbe il benessere della comunità nella misura di 1 dollaro. Ma attenzione: se per Andy il bene pubblico valesse 10 dollari e non 8, l’acquisto del voto di Ben per gli stessi 4 dollari accrescerebbe il benessere della collettività di 1 dollaro, ed il voto di scambio produrrebbe esiti positivi.

Aldilà degli aspetti morali e moralistici della vicenda, provate a pensare a Ben e Carl come a elettori comuni che non riescono a valutare correttamente il beneficio che ricaverebbero da una determinata politica pubblica (per incompletezza dell’informazione disponibile e/o incapacità di comprendere i termini della questione, magari dopo una martellante campagna mediatica), beneficio che cioè per loro non sarebbe realmente pari a zero bensì positivo, e a Andy come un ricco, illuminato e onnisciente riformatore. Giungereste alla conclusione che il suffragio universale è un lusso che non possiamo permetterci? Oppure, pensate a Andy come al general contractor di una grande opera infrastrutturale, in grado di far lievitare a piacere il costo a consuntivo rispetto a quello a preventivo, e a Ben e Carl come sindaci di due piccoli centri impattati dalla grande opera infrastrutturale, e che hanno disperato bisogno di un campo di calcio comunale o di un nuovo giardino pubblico. Direste che nella valutazione di una grande opera serve il parere vincolante delle comunità coinvolte, magari con ausilio di opere di mitigazione ambientale? Mah, chi può dirlo…

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