Le educande di Viale Mazzini e dintorni

E ti pareva che il direttore di Repubblica, giornale che da tempo riveste la funzione di cancelleria mediatica del Tribunale di Milano, in cui cioè vengono depositati atti e trascrizioni delle intercettazioni che ammorbano la vita civile di questo paese, non trovasse modo e maniera di riesumare il golem della P2:

“Un’interposizione arbitraria e sofisticatissima, onnipotente perché occulta come la P2, capace di realizzare un’azione di ‘spin’ su scala spettacolare, offuscando le notizie sgradite, enfatizzando quelle favorevoli, ruotando la giornata nel senso positivo per il Cavaliere.”

Ezio Mauro, nel suo manierismo cospiratorio ormai stucchevole come tutti i Nada-gate realizzati finora da Rep., coglie però nel segno in questo giudizio:

La realtà è che in questo Paese ha operato e probabilmente sta operando da anni una vera e propria intelligence privata dell’informazione che non ha uguali in Occidente, un misto di titanismo primitivo e modernità, come spesso accade nelle tentazioni berlusconiane. Potremmo chiamarla, da Conrad, ‘struttura delta‘”

Una struttura delta in questo paese esiste certamente, ed è rappresentata dai milioni di pagine di trascrizioni di intercettazioni telefoniche, da quelle legalmente richieste dalla magistratura a quelle realizzate in parallelo da organismi a ciò delegati, come l’affaire Telecom, con il Tiger Team di Tavaroli che si emancipa rapidamente da ogni e qualsiasi regola di governance e di codice penale.

A volte abbiamo l’impressione che questo paese sia una sorta di residuo ancestrale dei regimi comunisti dell’Est, quelli dove metà della popolazione era a foglio-paga della Securitate o della Stasi di turno per spiare ogni respiro dell’altra metà dei propri concittadini. Mauro e Repubblica sono certamente tra i principali esperti italiani di spin: da quello funzionale a lanciare il Partito democratico a quello delle ricorrenti trascrizioni di intercettazioni; ma nell’inviluppo del sistema italiano di potere politico, istituzionale, finanziario e mediatico la Pravda di Largo Fochetti (a cui occorre dare credito e merito di insuperata expertise di drammatizzazione linguistico-culturale, che certo anche l’Orson Welles della “Guerra dei mondi” invidierebbe) non è sola, ricordando il solenne e liturgico motu proprio dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, che ha invitato il sistema dei media a dare “adeguata copertura” al “momento collettivo di partecipazione democratica” rappresentato dal quel rito di purificazione passato alla storia col nome di Primarie del Partito democratico. Torniamo alla Rai, ed all’asserito “concerto” tra dirigenti Rai e Mediaset.

Riguardo quest’ultima vicenda, ci stupiamo dello stupore. A parte il ben noto spin di intercettazioni telefoniche uscite nel mezzo delle prove di dialogo tra Veltroni e Berlusconi, che ormai ci pare una figura retorica assimilabile a quella del maggiordomo nei gialli più dozzinali, qualcuno tra voi pensa realmente che i vertici Rai siano mai stati indipendenti dal potere politico di turno? Ricordate la celeberrima frase di alcuni anni fa di Bruno Vespa “la Dc è l’editore di riferimento della Rai, e io mi adeguo?” Qualcuno tra voi pensa realmente che, in un contesto di governo di centrosinistra, non ci sia alcuno spin o bias favorevole a Prodi e Veltroni? I valorosi sindacalisti Usigrai dalla schiena dritta sarebbero modelli di informazione anglosassone? Suvvia siamo seri, ché carnevale è ancora lontano.

Oltre al piano della guida politica, fatta di adesioni entusiastiche o autocensure da “tengo famiglia”, noi siamo ragionevolmente certi che tra Rai e Mediaset sia all’opera un concerto collusivo anche sui palinsesti. E per alcuni validi motivi di natura economica. Con Rai-Mediaset abbiamo di fatto un duopolio indifferenziato, che opera in un settore maturo (quello della televisione generalista), con raccolta pubblicitaria stabile. Pensate vi siano le condizioni per scatenare una furiosa concorrenza fatta di tagli ai listini pubblicitari e costi in crescita per strapparsi starlette e guitti a colpi d’ingaggi milionari? Abbiamo già avuto qualcosa del genere, una ventina di anni fa, quando alla direzione generale di Viale Mazzini regnava Biagio Agnes, fedelissimo demitiano, famoso per la lunghissima carriera di boiardo di stato oltre che per la frase, riferita a Berlusconi, “chillo adda murì“, che provocò devastazioni nei conti Rai.

Come se ne esce? Non certo come propongono oggi alcuni professionisti dell’indignazione, come lo sfiduciato (dalla Commissione parlamentare di Vigilanza) presidente della Rai, Petruccioli, o altri suoi compagni di partito e schieramento: fuori i politici dalla Rai. Più precisamente, fuori i politici non di sinistra dalla Rai. Qualcuno direbbe che si tratta di un classico caso di bue che apostrofa di cornuto un asino. Né si risolve con colpi di mano dell’azionista della Rai, destinati ad essere frustrati dal Tar per manifesto analfabetismo giuridico delle motivazioni di spoils system. Né si risolve reiterando per l’ennesima volta il frusto mantra dell'”emergenza democratica” posta dal conflitto d’interessi: sono quasi tre lustri, ormai, che la sinistra usa questo spaventapasseri contro Berlusconi senza mai premere il bottone “Nuke“: è ovviamente comodo che l’argomento resti sul tavolo verde dei bluff di potere che rappresentano il collante di una coalizione il cui unico punto programmatico è l’odio per Berlusconi. Non è un caso che Prodi, facendo abituale esercizio di moralismo ipocrita, sia andato a ribadire ai tedeschi (in questi giorni molto trendy nel Palazzo italiano) l’importanza di “risolvere il conflitto di interessi”. Certo che si, visto che da un accordo Berlusconi-Veltroni il Professore avrebbe solo da perdere.

Che fare, quindi? Non una commissione d’inchiesta “democratica” (di quelle, per intenderci, che vedono grembiulini, cazzuole e compassi ad ogni angolo di strada), né una pletorica Fondazione che moltiplicherebbe i livelli di interferenza partitica in Rai. Né l’antistorico ddl Gentiloni, che furbescamente ridefinisce il concetto di risorse di sistema focalizzandosi sulla raccolta pubblicitaria ed escludendo il canone Rai ed i proventi della Pay-tv. A costo di essere ripetitivi, l’unica via per risolvere il bubbone dello spoils system in salsa tribale italiana è la presa d’atto che la Rai non è servizio pubblico, e di conseguenza la sua privatizzazione. Solo dopo aver fatto ciò sarà possibile affrontare in termini non intollerabilmente strumentali il problema (che certamente esiste) del conflitto di interessi.

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Sul tema, segnaliamo anche Paola Liberace su l’Occidentale