E se TPS avesse ragione?

Leggiamo dello sconcerto del ministro dell’Economia di fronte alla richiesta di sfiducia individuale presentata dall’opposizione e relativa alla gestione del “caso Speciale”. Sostiene Tommaso Padoa Schioppa:

“Che senso ha una mozione di sfiducia individuale verso un ministro il quale non ha fatto altro che esercitare il proprio diritto, quello di sostituire il capo di un corpo militare con il quale si è rotto il rapporto di fiducia?”

Appunto. Che senso ha, aldilà delle comprensibili tattiche di “spallata” da parte dell’opposizione, presentare una mozione di sfiducia individuale perché un organo di giustizia amministrativa ha dato torto per ben due volte al ministro dell’Economia, in relazione ad altrettanti “atti politici” del medesimo? Bizzarro paese, quello in cui la giustizia amministrativa fa premio sull’indirizzo politico. Però. C’è un però.

In quale altro paese un governo ed un ministro decidono di rimuovere alti vertici militari e consiglieri di amministrazione di aziende pubbliche adducendo motivazioni puramente capziose? Nel caso di Speciale la storia è nota: prima arriva un bel decreto di nomina alla Corte dei Conti, nel più classico promoveatur ut amoveatur; poi, di fronte al rifiuto dell’alto ufficiale arrivano i dossier di Bonini e D’Avanzo, che per questa maggioranza smarrita sono ormai diventati fonte del diritto e ancoraggio dottrinario.

Nel caso del reintegro del consigliere di amministrazione Rai Angelo Maria Petroni, TPS non procede a revoca in base alle proprie prerogative di azionista di maggioranza, anche a causa di una lettera della legge che appare indeterminata ed ambigua, ma è costretto ad arrampicarsi sugli specchi, spesso con motivazioni piuttosto naif, tali da rivelarne l’assoluta impoliticità, che lo rende perfetto strumento di regolamenti di conti nei confronti dell’opposizione. In quale altro contesto occidentale un consigliere di amministrazione di un’azienda pubblica nominato dal Tesoro si oppone alla volontà del proprio azionista? E allora, pensiamo seriamente a sdoganare il metodo dello spoils system. Ci pensa oggi Massimo Giannini, con un dotto editoriale nel quale spiega la primazia della politica sull'”intendenza”. Ma lo fa con l’abituale spocchia intellettuale e moralistica con cui a sinistra si ammantano atti di puro esercizio del potere.

Negli uffici di via XX Settembre si fa un paragone: fatte le debite proporzioni, “sarebbe come se dopo la disfatta di Caporetto nel 1917 qualcuno avesse obiettato a Vittorio Emanuele Orlando un errore formale nella destituzione del generale Cadorna, e nella nomina di Armando Diaz al suo posto”.

Ineccepibile. A patto di assumere identica posizione in occasione di avvicendamenti nell'”intendenza” decisi al momento dell’insediamento di un governo di differente colore. Ricordate la frase (di forma ruvida ma sostanza condivisibile) di Cesare Previti prima delle elezioni del 2001? Se vinciamo, non faremo prigionieri. Che significava: se vinciamo, basta con pratiche consociative, dal parlamento alle Asl. Chi vince, governi. Apriti cielo: la sinistra gridò all’imbarbarimento dei costumi politici e all’attentato alla convivenza civile.

E via con dotte articolesse che permisero a molti post-comunisti di casa nostra di scoprire il fuoco, nella fattispecie il modello anglosassone dei checks and balances. E così, via libera al “presidente di garanzia” della Rai, liturgia inaugurata dalla strapagata watchdog progressista Lucia Annunziata, poi rapidamente avvicendata con Claudio Petruccioli. Il quale, sfiduciato da un organo di indirizzo politico (di quelli che tanto piacciono a Giannini e compagni) quale la Commissione Parlamentare di Vigilanza, invoca l’atto amministrativo del Tesoro-azionista. Ordinario doppiopesismo di chi ha fatto dell’occupazione militare dei “gangli nervosi del potere” (come direbbe Giannini con espressione immaginifica, evocando storie di ordinario golpismo) una metodica scientifica, degna di essere trasmessa alle giovani generazioni in un nuovo tipo di Libretto Rosso, il “Manuale del Chiagni e Fotti“.

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