Neoconfusi – 1

Su The American Interest, il neocon Richard Perle viene assalito dalla sincerità, e ci comunica che obiettivo della guerra in Iraq non era la diffusione della democrazia:

Contrary to the view of many critics of the war, we did not go into Iraq mainly to impose democracy by force in some grand, ambitious (and naive) scheme to transform Iraq and then the region as a whole into a collection of happy democracies. It is notable that the critics who charge that this was our core objective never cite evidence to support their claim.

Non solo. Se non fosse stato per l’11 settembre, e se Saddam avesse fornito incontrovertibili prove della distruzione della armi di distruzione di massa in suo possesso, l’Iraq non sarebbe mai stato invaso:

Clearly, had it not been for the attacks of 9/11, we would never have invaded Iraq. If Saddam had provided solid, confirmable evidence of the destruction of the stockpiles of weapons of mass destruction he was believed to possess, we would not have invaded—even though the crucial issue was the capability to produce chemical, biological or even nuclear material and weapons—not just the possession of them.

Secondo Perle, non siamo andati in Iraq per portare la democrazia, ma per difenderci dal terrorismo, e riaffermare la reputazione di provocabilità degli Stati Uniti, puntando al complessivo riordino dello scacchiere mediorientale secondo gli obiettivi strategici di Washington. Non torniamo sull’esigenza di verificare natura ed intensità dell’eventuale legame tra Saddam ed Al-Qaeda, che finora si è sempre dimostrato debole, sul piano probatorio, anche se alleanze tattiche (ed ex-post) sono sempre possibili.

Perle dice che vi sono stati errori, anche molto gravi, da parte degli Stati Uniti. Ad esempio nella gestione delle operazioni militari, nel rapporto con i paesi della regione (Siria ed Iran in primis) oltre che nella gestione delle alleanze nel campo occidentale, e ad un’attività di intelligence che ha avuto torto “in alcuni, ma non in tutti” gli aspetti. Secondo Perle, quindi, le operazioni irachene sono servite per imporre la Pax Americana al Medio Oriente, qualunque cosa ciò significhi. Considerazioni che mostrano un’anima iperrealista nei neocon, pur se occultata sotto una confusione strategica davvero preoccupante per l’America ed i suoi alleati. L’impressione è che queste tesi siano razionalizzazioni dell’entropia di obiettivi strategici legati all’intervento, ricondotte ad una sorta di eterogenesi dei fini. Del resto, il pensiero neocon ha alcune precise caratteristiche: ad esempio, ritiene che la forza militare sia la variabile in assoluto più importante delle relazioni internazionali, e che essa da sola basti a risolvere ogni problema strategico. L’enfasi sulla tecnologia militare è rivelatrice di questa visione. Eppure la storia insegna che picchiare duro è condizione necessaria ma non sufficiente per la riuscita strategica.

La confessione di Perle sulla strumentalità della motivazione di diffusione della democrazia non ci stupisce: fa parte della doppia natura della politica estera statunitense, idealista e realista. Ma è l’idealismo il vero segno distintivo della politica estera statunitense. (continua…)

(Hanno collaborato Andrea Gilli e Mauro Gilli)