Uno spettro si aggira per l’Italia

Il primo quadro è di ieri mattina, alla Stazione Centrale di Milano: un signore di mezza età, il cui abbigliamento non ricordava quello di un clochard, attende l’arrivo dei convogli. All’apertura delle porte, i viaggiatori vengono accolti con un urlo di dolore e rabbia: “Bastardi, avete voluto escluderci dal parlamento, ma sappiate che il comunismo non morirà mai, mai!”. Secondo quadro: il Tg Rai della Lombardia manda un proprio giornalista a Lezzeno, ridente cittadina ubicata sul versante comasco di quell’incantato e incantevole promontorio che ha per cuspide Bellagio. L’inviato ha il delicato compito di comprendere e far comprendere al pubblico perché a Lezzeno la Lega Nord ha preso oltre il 50 per cento dei voti. E così inizia a vagare per il paese, chiedendo lumi: “Ma questa affermazione della Lega è un voto di protesta, secondo lei?”. Mal gliene incolse. Un’anziana signora gli ringhia dietro: “Protesta? Quale protesta? Di quale protesta parla? Me lo dica!”

Lunedì sera, quando è apparso chiaro che la sinistra estrema, radicale, massimalista, neo- e post-comunista non avrebbe avuto neppure un rappresentante nel prossimo parlamento, alcuni qualificati analisti e commentatori non hanno neppure tentato di dissimulare il proprio sgomento. Alcuni hanno fatto ricorso all’aggettivo “extraparlamentare”, per qualificare la collocazione prossima ventura della falce e del martello. Sentendo questo termine i meno giovani sono stati colti da un sottile brivido lungo la schiena, ricordando epoche talmente remote da essere ancora attualissime, in un paese che vive da sempre col torcicollo.

Poi, la razionalità ha prevalso, almeno in noi: la sinistra radicale diventa extraparlamentare, sì, ma solo in senso tecnico. Niente spranghe e bulloni, men che meno P38. E poi, in molti enti locali i nostri eroi sono e saranno presenti, soprattutto ora che il Pd ha disperato bisogno di trasfusioni in vista dei ballottaggi delle amministrative. E poi, siamo seri: il disagio sociale non è sinora sfociato in sommovimenti di guerriglia urbana solo perché la disperazione degli sfruttati trovava linimento nel cachemire di Bertinotti e nel sigaro di Diliberto-Diliberia? Nah.

Eppure, queste considerazioni very commonsense non sono riuscite a far breccia nelle menti e nei cuori dei nostri baldi analisti. Molti dei quali sono casualmente anche esponenti della sinistra radicale, i.e. trombati. E qui la domanda sorge spontanea: sono gli elettori ad aver abbandonato la sinistra radicale o viceversa? In altri termini, non sarà che una parte dell’elettorato ritiene di essere meglio rappresentata da sigle partitiche diverse da quelle che hanno il trademark della falce e del martello? Ma come abbiamo già scritto, se la colpa non fosse del sistema, che sinistra sarebbe? E così qualche politico comunista, con compendio delle pensose truppe dell’intellighenzia levogira (quelle che si fanno intervistare in televisione con scaffali stracolmi di libri dall’aria molto vissuta), ha già deciso di citare Corrado Guzzanti, che a sua volta parafrasava Bertolt Brecht: “se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori!”. E via con le analisi sociologiche sui compagni-elettori che sbagliano, che finiranno con l’essere epitomate da questo geniale titolo partorito da Filippo Facci: “Perché non mi voti, razzista di merda?”. Si chiama competizione elettorale, o no? Ah già, quella competizione è irrimediabilmente sfalsata dalle televisioni di Berlusconi, da Vespa, Fede, la Confindustria, il Vaticano e la Cia. Noi invece riteniamo che la (apparente) estinzione di un partito politico, quando determinata dall’elettorato, non rappresenti un cataclisma, ma solo la conferma che l’elettorato è sovrano, oltre che adulto.