Scala mobile, per molti ma non per tutti

Il 6 giugno scorso il parlamento ha definitivamente approvato il decreto-legge 59/2008, che recepisce per legge gli schemi di convenzione tra la società Anas e la società concessionaria Autostrade per l’Italia, già sottoscritti alla data dell’entrata in vigore del decreto stesso. Una legge che ha definitivamente seppellito il principio (già di fatto disapplicato) del price-cap nella determinazione delle tariffe dei concessionari pubblici autostradali. Con il price-cap la variazione delle tariffe di pedaggio veniva determinata in base all’inflazione programmata, alla variazione di alcuni indicatori di produttività ed a fattori legati alla qualità del servizio offerto dal concessionario (qui il dettaglio di funzionamento del meccanismo). Il price-cap era quindi mirato a creare incentivi di recupero di efficienza e produttività nella gestione della rete autostradale.

La legge 101/2008 ha per contro stabilito che tra Anas ed Autostrade per l’Italia sia previsto un adeguamento annuale delle tariffe di pedaggio, per tutta la durata della convenzione (periodo dal 1° gennaio 2008 al 31 dicembre 2038), pari al 70 per cento del tasso di inflazione effettiva rilevato dall’Istat. A questa percentuale si aggiungono poi alcuni parametri di remunerazione degli investimenti. Sabato 5 luglio l’Antitrust ha preso carta e penna e ha segnalato a governo e parlamento la propria insoddisfazione per la nuova normativa tariffaria. Di fatto, il provvedimento (infilato dal governo nel solito decreto-legge di turno) introduce la scala mobile dei pedaggi a beneficio di Autostrade per l’Italia per i prossimi trent’anni. Viva gli animal spirits dei nostri vivaci imprenditori.

C’è di più: riguardo gli investimenti, come segnala ilSole24Ore,

La nuova convenzione di Autostrade riguarda investimenti per 18 miliardi di euro. La gran parte di questi, circa 10 miliardi, sono relativi a vecchie opere (già previste nel precedente quarto atto aggiuntivo) tra cui il completamento della variante di valico. In sede di negoziazione del nuovo strumento convenzionale fu l’allora ministro Antonio Di Pietro a “strappare” alla società l’impegno a fare nuovi lavori per circa 7 miliardi: tra questi ci sono in prevalenza la costruzione di terze e quarte corsie. Ma c’è anche altro: si tratta di bretelle autostradali (nel testo della convenzione si fa riferimento ad esempio alla tangenziale di Bologna, alla bretella di Civitavecchia, il raccordo San Cesario) che secondo l’Antitrust non costituiscono migliorie a opere già esistenti ma rappresentano nuove tratte che andavano dunque messe a gara e non assegnate alla stessa concessionaria attraverso la convenzione.

Che in estrema sintesi vuol dire che Autostrade per l’Italia potrà suonarsela e cantarsela: le discrepanze tra preventivo e consuntivo per la realizzazione di nuove opere entreranno di diritto nella maggiorazione dei pedaggi, alla voce “adeguamento tariffe per investimenti”. L’inflazione tariffaria, di cui l’Italia soffre da sempre, e che rappresenta una componente rilevante dell’inflazione complessiva, è esacerbata dall’assenza di meccanismi competitivi e da indicizzazioni all’inflazione effettiva che sono per contro (e giustamente) precluse a lavoratori e pensionati. Il governo ha voluto fare del decisionismo, bypassando il CIPE e tutto l’iter che regola le concessioni, per realizzare rapidamente nuove bretelle autostradali, ma nella fretta ha finito col danneggiare i consumatori. Ecludendo ovviamente, l’ipotesi di dolo, cioè di “cattura” del regolatore (qui latu sensu) da parte del regolato. Ora il timore di Catricalà è che altri concessionari pubblici (aeroporti inclusi), rimasti esclusi da quella che appare una sanatoria ad autostradam, possano chiedere la loro brava scala mobile.

L’Italia resta un paese dove gli interessi dei consumatori-utenti restano rigorosamente esclusi dall’agenda politica. Almeno da quella legislativa, visto che sul piano retorico il consumatore italiano regna sovrano e viene quotidianamente gratificato di deferenti genuflessioni bipartisan. Il diavolo si cela nei particolari, ma in questo caso non ha neppure avuto bisogno di scervellarsi per trovare un nascondiglio sicuro: le tariffe amministrate finiranno col consolidare il proprio ruolo di principale radice dell’inflazione italiana, ma vedrete che la colpa se la prenderanno i soliti “speculatori”.