L’inflazione di Robin Hood

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha indicato nel Dpef presentato nei giorni scorsi un tasso d’inflazione programmata dell’1,7 per cento per il 2008 e dell’1,5 per cento per il 2009. L’ultimo dato di inflazione tendenziale italiana, in aprile, era al 3,6 per cento. Scenario virtuoso o espediente contabile? E’ noto che il tasso d’inflazione programmata serve da base negoziale per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, ma soprattutto viene utilizzato per le rivalutazioni annuali delle pensioni. E’ in questo ambito, a nostro giudizio, che il governo dovrebbe intervenire per evitare il tangibile rischio di caduta in povertà di ampie fasce della popolazione.

L’iniziativa del governo non si discosta da quanto fatto dal governo Prodi: fissare un tasso d’inflazione programmata sensibilmente inferiore al dato tendenziale. La misura serve (in astratto) a frenare la spirale prezzi-salari, e dovrebbe contribuire (ancor più in astratto) alla formazione delle aspettative sul tasso d’inflazione. In questo senso va letta la battuta di Tremonti sulla “telefonata” alla Bce, facendo grazia al ministro della abituale pulsione a scaricare sulle istituzioni europee le insipienze domestiche. Vi sono tuttavia anche motivazioni meno nobili da parte del governo, quali cercare di comprimere in modo spiccio il tasso di crescita reale della spesa pubblica. Mentre, dal versante delle entrate, la mancata restituzione del fiscal drag gonfia il gettito fiscale. Vecchi espedienti, vecchie distorsioni, abituale perdita di potere d’acquisto, soprattutto per le pensioni, con buona pace dei proponimenti elettorali.

Per il governo, dichiarare un tasso d’inflazione programmata è ancora uno strumento fondamentale di gestione della spesa pubblica corrente, contrariamente alle dichiarazioni un po’ stralunate del professor Giacomo Vaciago, che si dice convinto che un tasso d’inflazione programmata non serva più, dal momento dell’entrata nell’Euro. Vaciago forse ignora che differenziali inflazionistici tra paesi di Eurolandia restano possibili (ed anzi si verificano regolarmente) anche per effetto della politica fiscale e delle tariffe amministrate. Senza contare che economie dove il peso dei servizi supera la metà del prodotto interno lordo (come quelle occidentali) necessitano di una attiva politica di liberalizzazioni, soprattutto nei beni non commerciabili internazionalmente. L’inflazione non deriva solo dalla politica monetaria della Bce, ma anche da precise scelte di policy dei governi nazionali: Vaciago questo passaggio sembra averlo perso per strada.

Ovviamente, il punto non è tornare alla scala mobile, ma il suo esatto contrario. Un governo che voglia costruirsi una credibilità antinflazionistica e tutelare le fasce più deboli, quelle prossime alla linea di povertà, deve da un lato indicizzare gli scaglioni dell’imposta personale sul reddito al tasso d’inflazione effettivamente realizzato e dall’altro prevedere l’indicizzazione delle pensioni minime a quella stessa inflazione effettiva, rifuggendo dalla antica tentazione di aggiustare deficit e debito con l’inflazione. La canzone è sempre quella: regole, non discrezionalità. Tremonti da quell’orecchio non ci sente, da sempre, per lui è politicamente pagante (almeno nel breve periodo) intervenire in modo estemporaneo e deamicisiano su singoli settori produttivi, per riaffermare il suo amato “primato della politica”, tanto caro anche al brigante della Rocca di Radicofani.

Ma disinteressarsi del potere d’acquisto delle pensioni più basse significa condannarsi ad ampliare a dismisura la platea dei futuri beneficiari dei food stamps all’italiana, ed estendere la Robin Hood Tax a tutta l’economia. Prima di essere cacciati con i forconi, s’intende.

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