La krugmanizzazione del piano Paulson

Ieri il Segretario al Tesoro statunitense, Henry Paulson, ha convocato i vertici delle principali banche americane, ed ha comunicato loro che l’Amministrazione Bush investirà 125 miliardi di dollari nei loro istituti, assumendo partecipazioni azionarie. La manovra è parte del piano da 700 miliardi di dollari approvato dal Congresso, e segue analoghe iniziative dei governi europei (segnatamente, del battistrada Gordon Brown) per scongelare il mercato del credito. Le banche statunitensi coinvolte sono Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, JPMorgan Chase, Bank of America, Merrill Lynch, Morgan Stanley, State Street e Bank of New York Mellon. Il piano prevede la sottoscrizione da parte del Tesoro di azioni privilegiate, una tipologia di investimento azionario che evita di danneggiare gli azionisti esistenti e disincentivare quelli potenziali, è privo di diritti di voto ed ha un privilegio nella corresponsione di un dividendo minimo. Le banche maggiori non potranno rifiutare l’intervento del Tesoro, e dovranno sottostare a restrizioni sulle compensation.

Gli acquisti rappresentano un nuovo approccio per Paulson, che aveva inizialmente sostenuto un salvataggio basato sul semplice riacquisto di cartolarizzazioni tossiche, senza ricapitalizzazione. Quando a Paulson fu fatto notare che quel tipo di intervento avrebbe forse risolto i problemi di liquidità ma non quelli di solvibilità, la risposta fu lapidaria:

“Some said we should just stick capital in the banks, take preferred stock in the banks. That’s what you do when you have failure. This is about success.”

Era la replica, nemmeno troppo indiretta, alla valutazione fortemente negativa che Paul Krugman (ma non solo lui) aveva dato della prima formulazione del TARP:

“[S]houldn’t the public intervention also be at stage 2 — that is, shouldn’t it take the form of public injections of capital, in return for a stake in the upside?

Let’s not be railroaded into accepting an enormously expensive plan that doesn’t seem to address the real problem”

Oggi Paulson può parlare (sperabilmente) di riuscita del suo piano, divenuto nel frattempo qualcosa di estremamente differente da quel Patriot Act bancario che la prima formulazione suggeriva. Ma può anche trarre moderato sollievo dal fatto che Krugman abbia vinto il Nobel per studi compiuti un trentennio fa, e non oggi.

Per gli appassionati di fantascienza, ucronie ed universi paralleli, è altresì utile leggere questa versione dei fatti:

“Krugman si è schierato subito a favore del piano Paulson di salvataggio di Wall Street, anche se con qualche perplessità, perché naturalmente non si fidava dell’Amministrazione repubblicana.”

Philip Dick è un dilettante, al confronto.