Gli effetti economici di una pornotassa

Il governo italiano ha annunciato, nell’ambito del pacchetto di sostegno all’economia varato venerdì scorso, anche l’istituzione di una addizionale d’imposta sul materiale pornografico. Che, all’articolo 31 del decreto-legge approvato venerdì scorso in Consiglio dei ministri, è così definito:

Ai fini del presente comma, per materiale pornografico si intendono i giornali quotidiani o periodici, con i relativi supporti integrativi, e ogni opera teatrale, letteraria, cinematografica, audiovisiva  o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico o telematico, in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti, come determinati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per i beni e le attività culturali, da emanare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.”

Prescindendo dal superlavoro che il ministro dei Beni culturali ed i suoi collaboratori dovranno compiere per classificare tutto il materiale imponibile, si possono compiere alcune considerazioni sugli effetti economici di questa sovraimposta.

Secondo la teoria dell’imposizione ottimale di Ramsey, per minimizzare la perdita di benessere per la collettività (deadweight loss) occorre tassare i beni con minore elasticità della domanda. Se ipotizziamo che la pornografia abbia una domanda relativamente inelastica al prezzo, l’aumento dell’imposta sulle vendite di materiale pornografico sembrerebbe destinato a produrre un robusto gettito aggiuntivo. Questo in un modello stilizzato, e per giunta di economia chiusa. In un’economia aperta, e rilassando l’ipotesi di inelasticità della domanda al prezzo, è lecito ipotizzare alcuni comportamenti degli agenti economici destinati a ridurre i proventi della maggiorazione.

Lo scorso maggio, nel tentativo di turare in qualche modo il gigantesco e crescente deficit statale, un deputato californiano propose una tassa del 25 per cento sul fatturato dell’industria della pornografia. Secondo il proponente, la misura non aveva alcun intento moralizzatore e moralistico bensì era giustificata dalle esternalità negative che tale industria tende a produrre. Tra le quali il deputato citava: l’impiego della polizia per sedare le frequenti risse negli strip club; i costi a carico della collettività causati dalle malattie sessualmente trasmesse, che nell’industria della pornografia avrebbero un’incidenza molto elevata (tesi non suffragata da dati a supporto); i costi sociali indotti dalle sesso-dipendenze online, che spesso porterebbero (sempre secondo il proponente) a perdite di lavoro e ricorso a Medicaid e food stamps.

Sfortunatamente, ogni inasprimento fiscale causa azioni e reazioni. In primo luogo, per quanto inelastica possa essere, la curva di domanda molto difficilmente risulterà verticale, impedendo ai produttori di traslare integralmente la maggiore imposta sui consumatori. Dal lato dell’offerta, nel caso in questione, occorre considerare che l’85 per cento dell’industria cinematografica statunitense è basata in California. L’addizionale causerebbe la delocalizzazione del settore in stati dalla fiscalità meno punitiva, e la California perderebbe l’extragettito e molto di più. Il tutto senza considerare il sommerso, la contraffazione e la produzione amatoriale di materiale pornografico, ad opera di casalinghe, studenti ed ex fidanzati vendicativi, che disintermediano il settore, e talvolta ne sono una forma di outsourcing.

Come andrà a finire in Italia? Che un’industria già ampiamente sommersa e delocalizzata (su internet) si farà beffe dell’intento del legislatore, sia esso mosso da motivazioni puramente finanziarie o da quel neo-moralismo pruriginoso che sembra aver messo solide radici nell’attuale maggioranza. Ed il ministro dei Beni culturali potrà impiegare il proprio tempo in modi alternativi alla visione di “atti sessuali espliciti e non simulati”. Almeno per obblighi di ufficio.

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