Aridaje

Il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, nel corso dell’intervista al Messaggero in cui definisce “curioso” l’atteggiamento del sindaco di Milano Letizia Moratti, che invoca la riapertura del dossier Lufthansa, si premura di informarci che quella di Alitalia

“Non è una vendita surrettizia ad Air France. C’è un passaggio molto importante degli accordi sottoscritti con i sindacati e la società: prevede che i soci non possano vendere per cinque anni”

Questa è, al contempo, una verità formale ed una bugia sostanziale.

Anche ammettendo che Colaninno riesca a trovare la parte dello statuto di Cai ove è scritto che il disinvestimento delle azioni dei patrioti non possa avvenire prima di cinque anni (sarebbe possibile, per ognuno di essi, solo cedere le proprie azioni agli altri membri della cordata), esiste una cosa chiamata diritto di opzione, disciplinata dal codice civile, che funziona così: in occasione di un aumento di capitale (e ce ne saranno, vista la risibile dimensione della compagnia) il socio forte (diciamo Air France, ma non vorremmo essere tendenziosi) acquista i diritti di opzione dai soci deboli e li esercita, sottoscrivendo l’aumento di capitale. In tal modo, i soci deboli (i.e., i patrioti) vengono diluiti nella quota di Alitalia,  ed iniziano a realizzarla, plusvalenza inclusa.

Alla fine dei giochi, ed entro i cinque anni, il socio forte potrebbe essere fortissimo, ed i soci deboli si godrebbero i succosi frutti del loro patriottismo. Forse nello statuto di Cai è scritto che la maggioranza del capitale azionario deve essere in mano a soggetti residenti in Italia? Oppure che i soci fondatori di Cai debbano detenere la maggioranza assoluta della società? Si direbbe di no, anche perché sarebbe un non-senso economico che finirebbe col condannare la compagnia ad un’esistenza nana e grama. Ma se ci sbagliamo ci correggerete.

Una puntualizzazione pleonastica e speciosa: non c’è nulla di male nel tentativo degli azionisti di un’impresa privata di monetizzare una plusvalenza. Certo però che se quella plusvalenza è frutto di una rendita di posizione (leggasi soppressione della concorrenza) graziosamente concessa da un governo che ha pure scaricato sui contribuenti non meno di 3 miliardi di euro, ecco che ad essere “curiose” non sono le considerazioni ed i dubbi della Moratti, ma questa infinita presa per i fondelli della nazionalità del gruppo di imprenditori privati a cui è stato fatto questo dono. Noi nel frattempo ci siamo pure persi, e da aridi sgranocchiatori di numeri non riusciamo più a capire a quanto ammonterebbe questo “beneficio nazionalistico” rispetto all’originaria ipotesi di acquisto di Alitalia da parte di Air France, alla fine dello scorso inverno.

Quindi, Matteoli e quanti insistono con la favola dell’embargo a vendere per cinque anni, in nome di questa sciocchezza nota come italianità, provino a leggersi lo statuto di Cai e trovino un ritornello meno logoro. Anche al Bagaglino i cartelloni si rinnovano, di quando in quando.

Update: in Alitalia azioni di classe A per i patrioti, e di classe B per Air France. Non è chiaro in cosa consista la differenza tra le due. Di certo non si tratta di quella tra ordinarie e privilegiate, visto che AF-KLM è socio industriale e non finanziario. Ci rivediamo al primo aumento di capitale. Abbiamo la sensazione che in quella circostanza il diaframma tra le due classi di azioni diverrà pressoché impalpabile.