Lina Wertmüller, beccati questa

Il sempre posato e riflessivo senatore Paolo Guzzanti, dissidente forzista, l’uomo più spiato del mondo allo stesso modo in cui internet è stata inventata da Al Gore, scende in campo col suo sito Rivoluzione Italiana, vero monumento all’understatement, per “difendere” il Partito Liberale Italiano dal tentativo di takeover ad opera di Arturo Diaconale e Marco Taradash. E qui occorre preliminarmente spendere un elogio per Guzzanti, che molto scaltramente ha deciso di usare per il suo sito degli ugly permalinks, basati sul numero progressivo dei post, e non i fancy permalinks che indicano data e titolo degli articoli. In questo modo Guzzanti non ha alcun problema a scrivere un titolo che ammonta a 120 parole e 751 battute, spazi inclusi. Immaginate come sarebbe stato il fancy permalink di un simile titolo: altro che polonio. Titolo rigorosamente maiuscolo, come si addice ad un uomo che vuole gridare al mondo il suo sdegno quotidiano.”Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”.

Oggi la missione di Guzzanti, tra un’iperbole, un superlativo ed ombre che scivolano furtive sulle pareti, è quella di preservare il glorioso brand del PLI, minacciato di divenire un “trofeo da appendere al caminetto di Berlusconi”, che per Guzzanti sarebbe il mandante dell’intera operazione. Sarà. E’ interessante leggere la vicenda in termini di analisi di mercato. Abbiamo un prestigioso marchio, quello del PLI, che giace ricoperto da una spessa patina di polvere e muffa nella cantina di Stefano De Luca, il suo attuale proprietario pro-tempore. Abbiamo poi due giornalisti da sempre di area liberale che, insoddisfatti della assai limitata (per usare un eufemismo) agibilità politica esistente nel Pdl, cercano di prendere democraticamente il controllo di questo partito e di questo marchio, per rilanciarlo ed ampliarne la quota di mercato. Il ragionamento di Diaconale e Taradash è semplice: il prodotto liberalismo in Italia si vende poco e male; è vero che la domanda non sembra essere travolgente, ma l’attuale produttore fornisce un surrogato assai scadente (o più propriamente avariato), tra testamenti biologici scritti con inchiostro simpatico e patriottici monopoli dei cieli. Taradash e Diaconale pensano di poter stimolare la domanda latente di questo prodotto, che a loro giudizio pare non essere trascurabile. L’attuale proprietario si difende con le unghie e con i denti, e medita di apprestare delle vere e proprie poison pills, da utilizzare contro i nuovi iscritti che non ottengano il suo gradimento.

C’è davvero un mercato per un simile prodotto? E chi lo distribuirà, una boutique gestita da indipendenti allestita davanti al supermercato dell’attuale produttore oppure (come sostiene Guzzanti nella sua torrenziale prosa) due dipendenti del supermercato che fingono di essere degli imprenditori autonomi? E ancora: questa impresa riuscirà a raggiungere rapidamente il breakeven e produrre un utile oppure porterà i libri in tribunale? Lo scopriremo solo vivendo. Quello che è singolare è la descrizione che Guzzanti fa del destino del PLI, in caso venisse estratto dalla cantina di casa De Luca. Anche qui, l’inevitabile (per l’assai prevedibile psicologia guzzantiana) analogia sovietica:

La ragione è ovvia: si tratta di compiere quell’operazione che i vecchi trotskisti chiamavano “entrismo”: si entra in un altro partito e se ne cattura la maggioranza, se ne determina la linea politica, lo si anestetizzza, lo si uccide e se ne fa un gatto impagliato. In questo modo non si rischia più che possa mordere e predare sulla scena politica, facendo valere i suoi valori, la sua storia e la sua identità.

Perché, come tutti certamente saprete, oggi il PLI non è un gatto impagliato ma un agile felino che “preda” sulla scena politica italiana, miagolando stentoreamente. Ma Guzzanti è convinto di potere essere un “imprenditore politico” migliore di Taradash e Diaconale, e si candida quindi a correre in soccorso di De Luca, con un aumento di capitale politico. In attesa di defenestrarlo alla prima occasione utile, s’intende. Sempre che il fulvo senatore non denunci domattina che qualcuno lo sta pedinando e decida di ritirarsi in buon ordine, gridando al mondo che dietro Taradash e Diaconale non c’è Berlusconi bensì Putin. Con un post dal titolo di 750 battute. Oltre a quelle rinvenibili nel testo, naturalmente.