Perché i Tremonti Bond non servivano e non servono

I banchieri italiani sembrano non aver capito la logica dei Tremonti Bond: ad esserne convinto è lo stesso ministro dell’Economia Giulio Tremonti che ha ricordato, durante il Liquidity Day, come lo spirito di questo strumento sia “l’interesse nazionale” e non il miglioramento del look dei banchieri. “Se un banchiere si chiede se gli conviene – ha rilevato – significa che non ha capito la logica” dei bond. “Quando questi strumenti non c’erano ancora – ha detto Tremonti – abbiamo ricevuto pressioni per farli, ma poi, una volta messi a punto, abbiamo notato un certo relax”. Non dovrebbe essere difficile capire il perché.

I Tremonti Bond sono titoli ibridi, cioè riassumono in sé caratteristiche sia di debito che di capitale. Le banche, durante il punto di massimo congelamento dei mercati creditizi (quando le uniche emissioni erano quelle di anidride carbonica prodotte dai partecipanti ai congressi sulla crisi), fecero pressione per indurre il governo a sottoscrivere tali ibridi, la cui finalità immediata era quella di rafforzarne i coefficienti patrimoniali. Tremonti decise di attaccare allo strumento tutta la collezione dei suoi celebri moralismi, e qualche piccolo ma fastidioso vincolo allo stare al mondo delle banche. La partenza molto lenta dell’iter di richiesta era in parte imputabile al problema dello stigma: la banca che richiedeva l’autorizzazione ad emettere veniva posta sotto i riflettori, nel timore che avesse problemi a reperire capitale sul mercato. Alla fine, più per politica che per vera necessità, alcune banche hanno dato il via alla procedura, ma solo dopo l’inequivocabile scongelamento dei mercati, e sempre “trascinando i piedi”, come direbbero gli anglosassoni.

Si perché, nelle ultime settimane, sono successe alcune cose che hanno ulteriormente ridotto l’appeal dei Tremonti Bond: il forte (e scarsamente motivato, almeno sul piano fondamentale) rally delle borse, la conseguente riduzione dell’avversione al rischio, la ripresa delle emissioni di obbligazioni societarie. In breve, le banche interessate a rafforzare il proprio Tier 1 possono ora farlo più o meno agevolmente e direttamente sul mercato, senza passare dalla cattedrale tremontiana ed inginocchiarsi. Ma soprattutto, anche le banche europee stanno inequivocabilmente beneficiando della tendenza globale alla ripresa di redditività: costo della provvista molto contenuto, reddito degli impieghi sostenuto da spread elevati. Non a caso le prime trimestrali del 2009 mostrano forti recuperi di redditività delle banche. Proseguendo su questo trend gli istituti potranno agevolmente ricapitalizzarsi, senza bisogno di ricorrere a tali strumenti ibridi.

Il ministro ha quindi ricordato come questi strumenti non sono a servizio delle banche ma servono alle imprese. Fino ad oggi, secondo Tremonti, del plafond messo a disposizione del governo “circa la metà è ancora non richiesto”. Il ministro ha sottolineato che “più ritardo c’è meno fai l’interesse del Paese”. Ma le cose stanno diversamente: nei mesi scorsi lo strumento era molto costoso, per oneri economici e soprattutto politici; oggi è stato surclassato dalla ripresa di redditività delle banche. Quanto all’interesse del paese, il discorso è semplice e complesso al contempo: le banche non prestano (o prestano con molta circospezione) in presenza di fortissima incertezza sull’evoluzione della congiuntura. E questo, purtroppo, è lo scenario odierno.

Forse l’obiettivo di consentire alle imprese di gestire la propria liquidità sarebbe conseguibile in modo più efficace, efficiente ed equo prevedendo criteri certi e rapidi per i rimborsi d’imposta. Ci si potrebbe pure scrivere sopra un’enciclica, tra sabbatici, quaresime, apocalissi e grand guignol vari. Tremonti ci pensi, e prenda atto che i suoi bond non piacciono né servono.

  • Sul tema, e sulla scarsa “lungimiranza” del nostro onnisciente ministro dell’Economia, vedi anche Lakeside Capital