Sulla manovrina d’estate

Le decisioni assunte venerdì dal consiglio dei ministri, finalizzate “al contrasto dell’attuale criticità della congiuntura economica”, esprimono misure destinate a produrre effetti nel complesso limitati. Della detassazione di impianti ed attrezzature d’impresa si già detto. Il testo del decreto fiscale informa che “È escluso dall’imposizione sul reddito di impresa il 50 per cento del valore degli investimenti in macchinari ed apparecchiature“. Non è chiaro se tale 50 per cento sarà dedotto dall’imponibile o detratto dall’imposta ma, se l’azienda chiude in rosso, con questo ulteriore beneficio fiscale aumenterà il suo credito d’imposta. Tutto lì. E poi attenderà i rimborsi, o le compensazioni.

L’esborso netto legato alla manovra è ancora incerto, ed oscilla tra i 2 e i 4 miliardi di euro, che sarebbero coperti da fondi trovati nelle pieghe del bilancio d’assestamento, e da nuove entrate previste nel provvedimento. Tra queste ultime spiccano quelle ottenibili dalle misure di contrasto all’arbitraggio fiscale internazionale e l’introduzione di una imposta sostitutiva del 6 per cento sulle plusvalenze derivanti da investimento in metalli preziosi per finalità non industriali. Più in dettaglio, la prima di queste due misure pare essere un dispetto alle banche, che ad esempio oggi fanno raccolta in Italia, investono in Irlanda, vengono tassate al 12 per cento sul reddito della controllata estera, e successivamente trasferiscono tale reddito alla capogruppo italiana sotto forma di dividendi, pagando le tasse solo sul 5 per cento di tale importo. Sembra l’identikit delle società di gestione del risparmio italiane con controllate irlandesi, ma possiamo sbagliarci.

Riguardo la nuova imposta sostitutiva sulle plusvalenze aurifere, è difficile immaginare chi potrà esserne colpito, oltre alla Banca d’Italia. Non ci risulta che vi siano imprese industriali e commerciali che detengono oro per finalità speculative mentre la Banca d’Italia, al netto della quota di oro assegnata nella disponibilità della Banca Centrale Europea, dovrà staccare un assegno a favore del Tesoro. Una partita di giro, insomma. Sempre dal versante delle entrate, il governo ha inoltre deciso di rovesciare l’onere della prova per le attività detenute nei paradisi fiscali, considerandole frutto di evasione fiscale fino a prova del contrario. Una misura chiaramente propedeutica ed agevolativa del prossimo scudo fiscale.

Il governo scende poi a patti con le banche, ammettendo l’applicazione di una commissione di massimo scoperto nella misura massima dello 0,5 per cento trimestrale “dell’importo dell’affidamento”, e cerca di compensare stringendo i giorni-valuta su bonifici e versamenti a mezzo assegno. Sugli sconfinamenti da conti non affidati le banche saranno quindi libere di applicare commissioni aggiuntive, anche se resta il problema del quantum di tali commissioni, visto che la ratio dell’esistenza di una commissione sul “rosso” di conti non affidati è difficilmente contestabile anche dal governo più populista. Tremonti ha poi innalzato la percentuale di deducibilità fiscale di accantonamenti e svalutazioni: dall’attuale 0,3 allo 0,5 per cento del valore dei crediti risultanti in bilancio. Il ministro dell’Economia ha definito questo provvedimento un cadeau alle banche, che a suo giudizio ora potrebbero espandere gli impieghi, sapendo di poter detrarre i maggiori accantonamenti per inesigibilità. Qui c’è un problema di causalità: gli accantonamenti aumentano come presa d’atto che l’entità delle sofferenze è in aumento, oppure per permettere alle banche di prestare in modo più spericolato, sapendo di poter fruire di una copertura fiscale? Ovviamente la lettura corretta è la prima, ma non per Tremonti.

Sulle misure a sostegno dell’occupazione, e nello specifico al trattenimento in azienda dei lavoratori, rimandiamo alle osservazioni di Piercamillo Falasca su Libertiamo, relativamente alle attività formative per cassintegrati. Prevista anche la maggiorazione dell’integrazione pubblica ai contratti di solidarietà, quelli in cui si lavora meno per evitare licenziamenti. Sono tutte misure funzionali a rispondere all’esigenza di sostenere il reddito di chi è già occupato. Ma se la flessione della domanda persiste oltre un dato arco temporale, le imprese necessitano di ristrutturarsi e ridurre definitivamente la consistenza dei propri organici. I provvedimenti del governo tutelano gli insiders (non è reato, per carità), ma poggiano sull’assunzione di ripristino dei livelli di attività a quelli prevalenti prima della crisi. Assunzione che potrebbe rivelarsi ottimistica, purtroppo. Mentre l’estensione delle coperture (spesso solo simboliche) per i lavoratori precari continua a lasciare fuori dalla porta tra 1,5 e 2 milioni di persone, su circa 23 milioni di occupati.