Duro lavoro

Il dato di oggi sull’occupazione statunitense in settembre non è giunto inatteso, date le premesse. Ciò che più inquieta è che le prime revisioni al totale degli occupati dallo scorso marzo mostrano una enorme correzione al ribasso: 824.000 posti che semplicemente non esistono, e che sono stati conteggiati nei report mensili soprattutto per effetto del modello Birth/Death, che tenta di stimare il numero di occupati creati in imprese di nuova costituzione. Un indicatore introdotto nel 2001, su disposizione dell’Amministrazione Bush, il cui scopo era quello di catturare nel campione statistico anche l’occupazione che si crea soprattutto all’uscita dalle recessioni.

Quest’anno, a fronte di posti soppressi, se ne stanno creando molto pochi di nuovi. Per gli amanti del cospirazionismo, il dato di disoccupazione di oggi era noto già dalle 14 (ora locale) di ieri ai Finance Committee del Congresso. Quasi negli stessi momenti, i maghi di Goldman Sachs uscivano con un peggioramento della stima sulla variazione di occupati, da meno 200.000 a meno 250.000. Il dato di oggi è uscito a meno 263.000. Sempre gli analisti di Goldman, per vedere il bicchiere mezzo pieno, ieri avevano tuttavia segnalato di “attendersi” una disoccupazione al 9,8 per cento. Quello che non hanno segnalato, tuttavia, è che la disoccupazione è rimasta quasi stabile solo perché lo stock di forza lavoro si è ridotto in misura quasi uguale all’aumento dei disoccupati, per effetto dell’aumento dei lavoratori scoraggiati. Per dare l’idea, se il tasso di partecipazione alla forza lavoro non fosse diminuito dal 65,5 al 65,2 per cento, il tasso di disoccupazione sarebbe balzato al 10,3 per cento.

Se qualcuno trova motivi di ottimismo, per quanto cauti, da questi dati a questo punto della recessione, ce li segnali. A noi continuano a sfuggire.

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